Page 3 - Opinione del 3-10-2012

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POLITICA
II
Famiglie più povere: si mangia comeOliverTwist
di
LUCA PAUTASSO
a spesa delle famiglie si è con-
tratta a metà del 2012 del 4%.
Lo ha ribadito ieri il presidente della
Corte dei Conti, Luigi Gianpaolino,
dopo che nei giorni scorsi la Cgia
di Mestre aveva quantificato la con-
trazione in addirittura 4,4 punti per-
centuali nell’arco di tempo compre-
so tra il 2007 e il 2011. Secondo
Giampaolino, per colpa della crisi e
delle misure di austerity imposte dal
governo, il dato sulla diminuzione
della spesa delle famiglie italiane è
«
presumibilmente destinato a peg-
giorare nella seconda parte dell’anno
e nei primi mesi del 2013».
Si spende meno, e ci sono più
poveri. Rispetto a cinque anni or so-
no, fa sapere l’ufficio studi mestrino,
ci sono 988mila nuovi poveri,
1.247.000
disoccupati in più e altri
421
mila nuovi cassintegrati. E anche
la Cgia condivide il pessimismo del
presidente Giampaolino: «Nel 2012
è prevista una contrazione del Pil
attorno al 2,5%, mentre nel 2013
la caduta dovrebbe attestarsi attorno
allo 0,2%. È evidente dunque che
l’area del disagio socioeconomico è
destinata ad allargarsi, soprattutto
nel Mezzogiorno», osserva il segre-
tario della Cgia di Mestre, Giuseppe
Bortolussi. «In termini assoluti - pro-
segue Bortolussi - è stato il sud a se-
gnare gli aumenti più significativi
sia delle sacche di povertà assoluta
sia del numero dei nuovi disoccu-
pati. Mentre spetta al nordest, sem-
pre in valore assoluto, l’aumento più
significativo del numero di lavora-
L
tori in cassa integrazione a zero
ore».
Si alza anche la soglia di spesa
mensile sotto la quale si è conside-
rati poveri: ad esempio, in base ai
parametri dell’Istat, un adulto tra i
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e i 59 anni che vive da solo è
considerato assolutamente povero
se la sua spesa è inferiore o pari a
784,49
euro mensili nel caso risieda
in un’area metropolitana del Nord,
a 703,16 euro qualora viva in un
piccolo comune settentrionale e a
525,65
euro se risiede in un piccolo
comune meridionale. Sempre secon-
do l’Istat, la povertà assoluta sale
nelle famiglie monoreddito con un
alto numero di figli, o in quelle dove
la persona di riferimento non risulta
occupata. Nel 2011, gli individui in
stato di indigenza assoluta in Italia
erano quasi tre milioni e mezzo: po-
co più di un milione al nord, circa
491
mila al centro e più di
1.800.000
al sud. Paragonate a tre
città italiane, la prima sarebbe Gran-
de quanto Torino e Caltanissetta
messe assieme, la seconda avrebbe
più abitanti di Bologna, e la terza
supererebbe addirittura la popola-
zione di una metropoli come Mila-
no sommata a Trieste.
L’impatto sociale di questi nu-
meri è sotto gli occhi di tutti. A co-
minciare dai prodotti quotidiana-
mente offerti dalla grande
distribuzione. Fino all’altro ieri, qua-
lunque cosa avesse avuto anche un
minimo sentore di “vecchio”, sareb-
be finita nell’immondizia, o al mas-
simo regalata alla mensa dei poveri.
Oggi è solo un business come un al-
tro, solo con la cinghia un po’ più
stretta. Specie da quando una fami-
glia su tre, come dicono le stime de-
gli agricoltori, è stata addirittura co-
stretta a depennare frutta e verdura
dalla lista della spesa. E così, dal
banco frigo alla panetteria, torna in
auge un ventaglio di prodotti da do-
poguerra.
In provincia di Trento, ad esem-
pio, un supermercato ha comincia
a proporre il pane del giorno prima
a 50 centesimi il chilogrammo, fian-
co a fianco con il pane “di lusso”
sfornato in mattinata, a prezzo pie-
no. Un po’ dappertutto al banco dei
salumi fanno bella mostra di sé da
diverso tempo fondi di prosciutto e
pancetta incellophanati e prezzati
proprio come le vaschette con le fet-
te “normali”. Fino a pochi anni fa
li si doveva chiedere espressamente
alla commessa, magari sottovoce,
quasi a gesti, per evitare la vergogna
di essere additati come un cliente
non in grado di comprare del pro-
sciutto “buono”. In provincia di Ve-
nezia, a fianco delle confezioni di
petti di pollo, compaiono quelle di
colli di tacchino: quasi una pietanza
da assedio medievale, diventata in-
vece la norma per tanti consumatori
che altrimenti non riuscirebbero a
vedere la fine del mese nemmeno col
binocolo. In un supermercato in pie-
no centro a Roma le banane un po’
in là con lo stadio di maturazione
vengono messe da parte e ripresen-
tati in pratiche vaschette a prezzo
politico, nonostante la caratteristica
livrea ormai più marrone che gialla.
Si rasenta quasi le ambientazioni da
Oliver Twist con i pacchetti di croste
di Parmigiano Reggiano proposti,
sempre nella Capitale, da un altro
ipermercato. Niente polpa, solo cro-
ste. Qualche dozzina per pochi euro,
da condirci la minestra o da grattu-
giare con la stessa ostinata speranza
di chi prova a cavare il sangue da
una rapa.
Del resto, come avrebbe ammes-
so lo stesso Charles Dickens, anche
questi sono
Tempi difficili
.
AAA cercasi disperatamente candidato premier
essuno che ci voglia mettere
la faccia. Sembra scattata la
sindrome della poltrona che scotta,
o meglio dell’urna, visto che tutti
vorrebbero fare il presidente del
consiglio, ma nessuno si vuole az-
zardare a chiedere democratica-
mente il voto agli elettori.
Dopo anni di tentennamenti,
Montezemolo ancora non si decide
a fare il salto decisivo e si limita a
mettere i suoi voti virtuali a dispo-
sizione di Monti. Che sia paura che
quei voti virtuali non siano affatto
reali, oppure che tema la spada di
Damocle del conflitto di interessi,
fatto sta che preferisce rimanere in
retroguardia a pontificare su quello
che gli altri dovrebbero fare, senza
tentare di farlo lui stesso.
Per quanto riguarda Gianfranco
Fini e Pierferdinando Casini, ed è
facile intuire che, consapevoli del-
l’insufficienza di voti reali, siano
come sempre alla ricerca di un car-
ro buono su cui salire. Molto più
semplice appoggiare il Monti di
N
turno che candidarsi direttamente.
Se va male, non si assumono la re-
sponsabilità della sconfitta. Se va
così così, almeno recuperano qual-
che voto per tornare in parlamento.
Se va bene, diventano ago della bi-
lancia e possono continuare a far
pesare ogni loro voto per governa-
re ricattando la maggioranza.
Ma l’assurdo è che le tre civette
sul comò di Monti lo vogliono can-
didare alle elezioni senza che nep-
pure lui intenda metterci la faccia.
In pratica, loro raccolgono voti per
sostenere un presidente che non in-
tende candidarsi. Non che non vo-
glia continuare a governare, lo ha
appena chiarito, ma proprio non
si vuole abbassare a passare per il
vaglio degli elettori. Questa famosa
gente, di cui tutti si riempiono la
bocca a sproposito, forse non è de-
gna di valutare l’operato di chi si
ritiene al di là del giudizio altrui.
Il tutto nascondendosi dietro una
presunta tecnicità, che non si vuole
mischiare con l’infame politica.
Peccato che la politica altro non
sia che il governo di un popolo, per
cui nel momento in cui si raggiunge
il potere di governare, ogni atto che
si compie è per definizione politico.
Semmai non è democratico farlo
senza il consenso di quello stesso
popolo. La strategia di Monti è co-
munque win-win: se va male alle
tre civette, lui non si assume la re-
sponsabilità della sconfitta. Se va
così così e non si forma una mag-
gioranza alle urne, lui si spaccia co-
me risorsa della Repubblica e torna
al governo. Se va bene idem.
Non che al di fuori di questo
disegno le cose vadano meglio, pe-
raltro. Berlusconi continua ad es-
sere in bilico. Da un lato sarà stufo,
ed è comprensibile, dall’altro nep-
pure lui sembra aver voglia di as-
sumersi la responsabilità di una
sconfitta, per cui si tiene più o me-
no in disparte, nell’indecisione se
appoggiare pure lui Monti prima
o dopo le elezioni, a seconda del
risultato. Difficile che la strategia
paghi, però: se c’è un merito che il
Cavaliere aveva, era proprio quello
di essere stato il primo a metterci
apertamente la faccia e rischiare in
prima persona.
Dal lato dell’antipolitica, poi,
c’è colui il quale finge di tenere in
gran considerazione la gente, ma
neppure lui vuole azzardarsi a chie-
derne direttamente il voto. Non si
sa bene, infatti, chi abbia intenzio-
ne di candidare Beppe Grillo, se in-
tenda mettere un fantoccio mano-
vrabile da dietro le quinte o se
intenda affidare il governo al dio
Internet, in una via di mezzo tra
Hal 9000 e la psicostorica Fonda-
zione di Asimov.
In tutto questo Prerluigi Bersani
e Matteo Renzi fan quasi tenerezza,
perché, onore al merito, almeno lo-
ro danno la parvenza di credere
ancora nelle elezioni e, per il mo-
mento, sembrano candidarsi dav-
vero alla presidenza del consiglio.
Peccato che il loro partito sembri
lasciarli giocare alle primarie per
far contento chi ci crede, ma di
fondo sia già pronto a saltare sul
carro del montismo pur di non ri-
trovarsi nell’incubo di dover go-
vernare in alleanza con Nichi Ven-
dola.
Pure quest’ultimo, peraltro, do-
po che annuncia la candidatura da
anni, non ha avuto il coraggio di
metterla in pratica, forse per la
consapevolezza che il carro dell’an-
tipolitica glielo ha già sottratto
Grillo. Dal lato Lega, Roberto Ma-
roni sembra rassegnato a fare op-
posizione e neppure si pone il pro-
blema di candidarsi. Quanto ad
Antonio Di Pietro, infine, ecco ap-
punto, in fine.
Ci ritroviamo, così, a pochi me-
si dalle elezioni senza che nessuno
abbia il coraggio di candidarsi
apertamente, non solo per la com-
prensibile paura di perdere, quanto
piuttosto per quella di vincere. Per
quanto, purtroppo, non siamo in
un sistema presidenziale, infatti, il
nostro ibrido ha creato di fatto una
aspettativa degli elettori nei con-
fronti del capo del governo. Che
fosse Berlusconi o Prodi, nel bene
o nel male, diventare premier ha
significato per 20 anni assumersi
la responsabilità di fronte agli elet-
tori, onori ed oneri, meriti e deme-
riti, come dovrebbe sempre essere
in una democrazia in cui sono solo
gli elettori a giudicare se sono stati
bene o mal governati.
A quanto pare, però, non c’è
più nessuno disposto a rischiare in
prima persona. Pochi mesi di un
governo deresponsabilizzato, privo
di legittimazione elettiva, e lorsi-
gnori preferiscono nascondersi die-
tro le presunte emergenze nazionali
pur di non tornare alla democrazia,
non farsi giudicare, continuare a
sedere al centro comandi senza
averne ricevuto la delega. Avevano
detto che sarebbe stata solo una
parentesi, che finita la buriana sa-
remmo tornati ad eleggere i nostri
governanti e, invece, si sono abi-
tuati presto alla comodità dell’oli-
garchia. E così ora ci propinano
una finta elezione senza candidati,
il cui risultato ritengono già scritto.
Ma andrà davvero così? È pro-
babile che, sì, l’astensione sarà per
questo a livelli paurosi, è altret-
tanto probabile che inizialmente
ci rassegneremo al Monti-bis, ma
per quanto gli italiani potranno
sopportare ancora questa assenza
di responsabilità politica che rica-
de tutta sulle loro spalle? Perché
quando si toglie al popolo lo stru-
mento democratico per decidere
come essere governato, prima o
poi se lo riprende, con le buone o
con le cattive.
BARBARA DI SALVO
L’OPINIONE delle Libertà
MERCOLEDÌ 3 OTTOBRE 2012
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