Direttore: ARTURO DIACONALE
05 Febbraio 2010 -
Il Belpaese al 156° posto nella classifica “Doing Business 2009” che stima l’efficienza del sistema
Se la giustizia italiana non decolla

Il sistema giudiziario italiano non decolla, perché la malagiustizia impera sovrana, gli interventi legislativi sono incapaci ad invertire il suo corso. In sintesi è quanto si ricava dall’ultima relazione del primo presidente della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone, ripetitiva di quella del 2009 con l’aggravamento di ritardi ed abusi del processo, rispetto allo scorso anno; risorse diminuite, ritardi nella definizione delle cause civili e per il recupero dei crediti, di sfiducia dei cittadini nel sistema giudiziario, ancora al 156° posto nella classifica fornita dal rapporto “Doing Business 2009” della Banca Mondiale, che stima l’efficienza del sistema giudiziario di un paese. Il sistema giustizia italiano in questa classifica non ha fatto alcun passo avanti. Non ci sono novità in tema di riforme legislative nel corso dei dodici mesi del 2009, ad eccezione della legge n. 69 del 2009 che ha introdotto il procedimento sommario, ma fin dalle sue prime applicazioni non sembra sia un toccasana per avere provvedimenti in tempi più brevi, se già per arrivare alla comparizione delle parti occorrono dai 4 ai 6 mesi. Il presidente Carbone ha sottolineato la necessità di riforme legislative organiche, perché “non si può andare avanti a piccoli passi e cambiando strada continuamente”. Il problema è che la macchina della giustizia perde colpi, perché leggi e leggine che sono state varate, talvolta sovrapponendosi, anziché renderla più agile, l’hanno resa ancora più farraginosa. La verità è che il contenzioso civile è aumentato a dismisura, ed anche se i magistrati, sia pure sotto organico, lavorano e producono, non c’è produzione che tenga, se il sistema è inceppato e non ha la necessaria efficacia a causa di una legislazione che sforna in continuazione leggi e decreti, che quasi mai sortiscono il giusto effetto. Non serve che i nostri giudici siano i più produttivi d’Europa (il doppio rispetto a spagnoli, francesi e tedeschi, superano di 50 volte gli inglesi e quelli della Cassazione vengono dopo i colleghi svedesi), perché il problema è nell’abuso del processo, nonostante i costi, nella mancanza dei necessari filtri per selezionare l’abnorme quantità di processi (10 volte superiore a quello degli altri paesi europei), nel numero eccessivo di avvocati (230.000 pari al 20,4% per ogni giudice, mentre in Francia il rapporto è di 7,1%, in Germania il 6,9 e in Gran Bretagna il 3,2), e nella mancanza di alternative al ricorso al giudice ordinario, il che accentua la “crisi” del pianeta giustizia con il “colossale arretrato” che non si sa più a quali strumenti ricorrere per smaltirlo.

Proprio per alleggerire il carico di lavoro della magistratura ordinaria nel 2009 fu presentata al governo una proposta di legge istitutiva del “procedimento di mediazione” delle cause civili e commerciali, già applicato in alcuni paesi europei: Francia, Belgio, Svizzera e altri, tanto che, per i suoi requisiti di rapidità, si disse che era il toccasana per eliminare l’arretrato giudiziario e che il cittadino avrebbe avuto la sua sentenza in 90 giorni. Il mondo giudiziario plaudì a questa iniziativa, che prendeva le mosse dalla direttiva 52/2008/CE, ma di essa non si è saputo più nulla. Proseguendo in questo excursus della malagiustizia italiana, il presidente Carbone ha toccato il nervo scoperto del sistema giudiziario, quando ha invocato “riforme legislative organiche” e “un disegno organico, coerente e senza approssimazioni”. Ecco perché, nonostante la mole di lavoro che i magistrati affrontano con una alta produzione di provvedimenti e sentenze, la giustizia di questo paese si trova al 156° posto dopo Gabon e Guinea Bissau, e lì resta. Sul punto le cifre parlano chiaro:

•1210 giorni per recuperare un credito con un costo corrispondente al 29,9% del credito azionato;

•1549 giorni necessari per una causa civile davanti alla Corte di Appello;

•1021 giorni per una causa in materia di lavoro privato.

Il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, ha giustamente parlato di “denegata giustizia” per i tempi “intollerabilmente lunghi”, soprattutto in materia civile, sollecitando un “adeguato potenziamento dei Tribunali con uomini e mezzi”. Questo auspicio non sembra essere realistico, se si considera che la spesa della giustizia per cittadino è scesa dai 134 euro nel 2008 ai 122 nel 2010. Pensare, poi, che con questa risibile risorsa si possa attuare il “processo breve”, è solo una follia, per cui c’è da aspettarsi tempi ancora più duri nel prossimo futuro. E così, tra clamorosi annunci di riforme e assordanti silenzi, si consuma questa crisi infinita, anche se la classe politica ha avuto la fantasia di introdurre, seguendo la “Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, all’art. 111, Sezione II, norme sulla giurisdizione, della Costituzione della Repubblica, il principio del “giusto processo”, rimasto inattuato. La sfida è proprio questa: attuare il principio del “giusto processo”, disboscando il sistema dalle leggi inutili, realizzando le riforme legislative tanto attese per imprimere alla macchina della giustizia la celerità di cui necessita, dotandola di personale, mezzi e risorse.

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