28 Ottobre 2009 - Esteri
Fondi tagliati alle Ong favorevoli alla democrazia nel mondo
Il vero cambiamento di Obama Entra J-Street, esce Freedom House

Due scelte rivelano forse più delle altre la voglia di appeasement con l’Iran e le dittature che anima la politica estera dell’amministrazione Obama. La prima, la decisione di chiudere il rubinetto degli aiuti ai dissidenti e agli attivisti per i diritti umani in Iran e nel mondo arabo. Uno dopo l’altro vengono tagliati i fondi. I programmi per la democrazia e la promozione della società civile in Egitto, che si avvalgono di diversi istituti di ricerca guidati da riformisti egiziani, sono stati ridotti del 70%. Colpito dalla nuova austerity nel campo dei diritti umani anche l“Iran Human Rights Documentation Center” (Ihrdc), che fornisce dati sulle violazioni del regime dal 1979 a oggi e i nomi delle vittime. L’Ihrdc si è visto negare per la prima volta il finanziamento che ogni due anni puntuale arrivava dal Dipartimento di Stato (2,7 milioni di dollari), proprio mentre sta effettuando un’approfondita indagine sulla repressione delle manifestazioni della scorsa estate contro la rielezione di Ahmadinejad, e proprio mentre a Teheran è in corso una dura “normalizzazione” fatta di torture, esecuzioni e processi sommari. Se i donatori privati non sopperiranno alla perdita dei fondi Usa, il Centro rischia di dover chiudere. L’amministrazione Bush stanziò fino a 75 milioni di dollari per la causa della libertà e della democrazia in Iran. Forse troppo pochi, e con poca convinzione che potesse realizzarsi quella “rivoluzione democratica” per la quale Michael Ledeen ritiene che vi siano tutte le condizioni. Ma oggi, al di là dell’entità dei tagli e dell’efficacia di questi programmi, la loro chiusura o riduzione assume un valore squisitamente politico. Nel momento in cui va in scena l’engagement, il dialogo con Teheran sul nucleare, Washington ha una sola preoccupazione in mente: “Do not disturb”.

E il messaggio che lancia agli ayatollah è chiaro: “Smettiamo di intrometterci e di assillarvi sui diritti umani”. E’ evidente, infatti, che proprio il tipo di informazioni cui lavora l’Ihrdc può risultare scomodo per il regime e per chi, negoziando, di fatto lo legittima. Ma la vittima forse più illustre del giro di vite è la storica Freedom House, il celebre istituto fondato circa sessant’anni fa da Eleanor Roosevelt. Nel corso della sua lunga storia ha sostenuto il Piano Marshall e la Nato, il Movimento per i diritti civili degli anni ’60 in America, i boat people del Vietnam, Solidarnosc in Polonia e molti altri movimenti democratici dell’Est europeo, così come ha combattuto le tirannie ovunque nel mondo, dall’impero sovietico al macellaio Milosevic, da Saddam Hussein al regime degli ayatollah in Iran. Un istituto bipartisan, tra l’altro, con il quale collaborano “neocon” come James Woolsey e Jeane Kirkpatrick, ma anche il teorico della nonviolenza Peter Ackermann e il diplomatico John Palmer. Senza i fondi federali, Freedom House si vedrà costretta a ridurre le sue attività di ricerca, di denuncia e di sostegno alle forze democratiche nel mondo non libero.

Altrettanto indicativa – stavolta del diverso approccio sulla questione israelo-palestinese e dell’atteggiamento nei confronti del governo Netanyahu – la scelta dell’amministrazione Obama di accreditare “J Street” tra i suoi principali referenti del mondo ebraico americano. “J Street”, braccio politico del movimento “Pro-Israel, pro-peace”, ha soli due anni di vita ma è già entrata nelle grazie dell’amministrazione. “J Street” infatti è di sinistra, ha una posizione critica nei confronti del governo israeliano e sposa un approccio dichiaratamente pacifista riguardo il processo di pace in Medio Oriente. Nasce per contrapporsi al più potente e influente “America Israel Public Affairs Committee” (Aipac), che dipinge falsamente come di estrema destra, mentre tra i suoi sostenitori figurano numerosi e autorevoli esponenti sia Repubblicani che Democratici. Il direttore esecutivo di “J Street”, Jeremy Ben-Ami, è stato invitato a partecipare a un incontro con il presidente Obama assieme ai rappresentanti di altre organizzazioni ebraiche e uno dei consiglieri per la sicurezza nazionale, James Jones, è intervenuto ieri alla prima conferenza politica di “J Street” a Washington. Molti suoi membri hanno avuto importanti legami con figure di primo piano nella campagna presidenziale di Obama e dalla sua elezione vengono spesso consultati. Sembra che instaurando rapporti privilegiati con “J Street” l’amministrazione Obama voglia affermarne la centralità nella politica di Washington limitando l’influenza dell’Aipac.

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