In questi giorni di transizione dalla decaduta rivoluzione modernizzatrice di Yushchenko alla restaurazione conservatrice di Yanukovich, l’Ucraina si veste all’occidentale con una serrata sfida all’ultimo voto. Ma con un vantaggio strettissimo di Yanukovich nei confronti della Tymoshenko, quest’ultima può ufficialmente contestare il voto. In una notte dove la gracile democrazia di Kiev ha superato la prova del voto, il vincitore finale resta quello di partenza. Viktor Yanukovich è il quarto presidente dell’Ucraina post-sovietica che però ha iscritto all’ordine del giorno proprio la restaurazione di buoni rapporti con Mosca. Nel gergo politico del Cremlino non sono contemplati cordiali rapporti di buon vicinato: o si accetta l’egemonia russa oppure la si combatte. Siccome Yushchenko è stato annichilito, Yanukovich potrebbe assomigliare più ad un plenipotenziario informale di Mosca che al presidente dell’Ucraina. Ecco perché al Cremlino si è festeggiata con voluta esibizione la vittoria di Yanukovich, ex direttore dell’azienda trasporti di Donetsk, nell’estremità orientale dell’Ucraina nonché ex giovane abituato ad entrare ed uscire dalle sovietiche galere con condanne per furto, stupro, rapina ed altri crimini liquidati dal loro autore come “sbagli di gioventù”. Ma ora è venuto un altro tempo o forse il tempo è tornato indietro, a quel dicembre 2004 dove andò in scena il “maidan”, la protesta della “piazza” che dopo cinque anni si è svuotata sia della carne dei manifestanti che della forza delle idee. Colpa della mannaia di una crisi economica che ha decurtato il Pil nazionale del 20%. Anche per questo una delle prime dichiarazioni di Yanukovich è dedicata alla presentazione di un sostanzioso pacchetto di riforme. I debiti stranieri hanno rialzato ulteriormente i loro rendimenti, a conferma della persistente preoccupazione sulla solvibilità dello stato ucraino. Per non parlare della bolletta del gas russo. La sfida di Yanukovich sarà persuadere Mosca a non emarginare Kiev dalle sue rotte di distribuzione del gas, nonostante il South Stream sia ormai la condanna scritta per l’Ucraina. Ma il vero enigma del nuovo presidente sarà la battaglia parlamentare, a partire dal governo – vecchio o nuovo? Dalla stampa russa emerge l’ambiziosa manovra presidenziale: raccogliere la diaspora più rappresentativa dell’ex coalizione arancione di Yushchenko, allearsi con il terzo piazzato al primo turno, il munifico banchiere Sergei Tigipko, oltre a radunare i cespugli che fanno numero, come il partitino di Volodymyr Lytvyn e poi mettere in minoranza la Tymoshenko. Come futuro premier si vociferava di Tigipko, in corsa per la ben più salda poltrona di speaker del parlamento unicamerale, oppure di un illustre sconosciuto come Mykola Azarov, che può vantare di essere nato e cresciuto a Mosca, credenziale molto prestigiosa nella nuova Ucraina. Dopo questo voto, a Kiev si torna indietro.

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