22 maggio 2012CULTURA
Dopo Alice in Wonderland, ma già qualcuno dai tempi della
Fabbrica di cioccolato, il nome di Tim Burton non se la passa
benissimo. Il grande inventore di fiabe oscure, tenerezze funeree
che hanno commosso il mondo - e non solo la sua controparte dark -
è visto con un po' di sospetto. Un po' perché l'emozione di
capolavori come Big Fish o Edward mani di forbice è irripetibile,
un po' perché il regista di Burbank ha cercato - escludendo
l'animato La sposa cadavere - di cambiare strada. Cercando favole
più adulte, se non nel racconto di sicuro nei temi e nel modo di
affrontarli. Forse più freddo. Certo, la plastica disneyana di
Alice è difficilmente difendibile. Ma già Dark Shadows dimostra un
passo avanti non indifferente.
Il vero problema però nella ricezione critica, e di parte del
pubblico, è la sua derivazione: l'omonimo prodotto televisivo
creato da Dan Curtis nel '66. E che non è una semplice serie
televisiva, come indicano i titoli di testa, ma una soap-opera,
andata in onda ogni giorno per 1245 episodi. Divenne un culto anche
fuori dal circolo degli appassionati di Sentieri o General
Hospital, perché per la prima volta nella storia del genere - e non
solo - il melodramma consolatorio di questo tipo di prodotti veniva
sporcato con vampiri, streghe, lupi mannari e quant'altro si
affiliasse all'horror. Il problema però non è nella diffidenza
elitaria verso uno degli zii di Beautiful (e che sarebbe sensata),
quanto nell'evidenza che girando Dark Shadows, Burton non ha eluso
quel modello, anzi.
Quest'ultimo film, nelle sale dal 11 maggio, sta alla
filmografia del nostro, come A prova di morte (prima parte del
dittico Grindhouse) sta a quella di Tarantino. Perché l'autore di
Nightmare before Christmas ha scelto non solo una traccia
narrativa, condensando tutto quel materiale in 2 ore, ma un modello
filmico ben preciso; e come Tarantino con l'exploitation, l'ha
seguito fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, replicandone
anche gli aspetti meno apprezzabili, meno comprensibili al pubblico
contemporaneo. Lì erano i dialoghi infiniti, la mancanza di snodi
narrativi decenti, la totale casualità della struttura, qui sono le
lunghe riprese in interni senza che succeda nulla, i personaggi di
contorno lasciati un po' allo stato brado, il ritmo spento che si
accende di improvvise fiamme (parola scelta non a caso) quando c'è
un colpo di scena sensazionale. La noia, le svolte improvvise
buttate a caso, le scene piatte: sono i principali difetti
riscontrati dai recensori. Ma non sono i difetti strutturali e
formali della soap-opera in quanto tale? Burton fa un viaggio senza
ritorno in un modo di concepire la narrazione che non gli
appartiene e che può non piacere. Dark Shadows oltre allo spirito
comico di gran parte dei personaggi, è un gioco intellettuale e
teorico, come quello di Tarantino, che può lasciare freddi (come si
diceva prima) ma che è coerente.
E poi bisogna cominciare a riconoscere, nel bene e nel male,
quanto il modello della telenovela o della sua versione americana
sia stato influente nel racconto audio-visivo degli ultimi 30 anni.
Basti pensare che la tv privata e commerciale così come la
conosciamo oggi si formò, agli inizi degli anni '80, attorno
all'impressionante successo di Dallas, serie tv strappata a Rai 2
che della soap-opera adottava tutti gli schemi narrativi, con tanto
di ultima inquadratura sul primo piano sospeso di un episodio,
diluendola in settimane e non in giorni. E durò per 14 anni,
creando emuli come Dynasty. In anni più recenti, sempre di più sono
le serie a target femminile che guardano alla soap-opera, col suo
misto di chiacchiere, drammi sentimentali e improbabili rivoluzioni
narrative (morti non morti, figli non figli, genitori non
genitori): la migliore e la più intelligente di tutte è Desperate
Housewives, che proprio in questi giorni dà l'addio agli schermi
dopo 8 anni di onorato servizio. Parte con un suicidio misterioso,
inanella agnizioni e svolte narrative che nemmeno Dumas, confonde
amore e, sesso, vita e morta con un'ironia suprema che è la stessa
di Burton. Meno belle, forse perché pensate addosso alla frivolezza
del pubblico post-adolescenziale, sono le repliche in chiave teen o
quasi, come Gossip Girl.
Rimanendo poi all'orrore, senza Dark Shadows non esisterebbero
Twilight, le pene d'amore immortali tra una ragazza normale e un
vampiro puritano e luccicante, né True Blood, praticamente
l'opposto della saga di Stephenie Meyer, per humour camp, violenza,
sesso sfrenato e sfacciataggine. Come se le due anime conviventi
nella creatura di Curtis (che nella sua vita ha scritto e prodotto
tv per 40 anni) si fossero separate per dare vita a due prodotti
che non sembrano parenti nemmeno alla lontana, se non nella
presenza di mitologie orrifiche da tempo conclamate. Meglio però
True Blood, la serie di Alan Ball prodotta da HBO, e non perché più
simile nello spirito al vecchio Dark Shadows, ma perché più onesto,
divertente, consapevole del suo essere parodia di se stesso, senza
prestare il fianco a burlette sterili, come fanno i film e i libri
sulla famiglia Cullen.
Tutto questo discorso raggiunge un livello di finezza quasi
perverso se pensiamo alla fiction e al cinema medio italiano: il
modello della soap-opera è raro nel suo specifico, resistendo solo
Un posto al sole e Centovetrine (quest'ultimo in debito di
ascoltatori), ma si è trasferito da anni e senza alcun sussulto
alla tv di serie A. Quella che dappertutto è una serie tv, un
drama, qui è una fiction. Parola che si porta dietro una scia di
lentezza, facilità, mediocrità, cattivi attori e discutibili scelte
estetiche (guardatevi quell'abc della fiction che è Boris per
capire): ossia gli elementi negativi di una soap-opera. Ma che
nella non-industria italiana dell'audio-visivo sembra essere
l'unico modello praticabile per arrivare al pubblico, tanto in tv
(se in America male che vada hanno Ncis, in italiano bene che ci va
c'è R.I.S), quanto al cinema. Provate a vedere una qualunque
pellicola distribuita in più di 100 copie prodotta in Italia: e poi
cercate qualche significativa differenza estetica con Incantesimo.
Se non ci riuscite, ci si può consolare con la simpatia senza
pretese e qualche ottima idea di Dark Shadows.