Se Batman combatte Sabina Guzzanti

La differenza tra il cinema italiano e quello statunitense è che dalle nostre parti si producono film politici sul genere di Come te nessuno mai, mentre a Hollywood sfornano pellicole alla stregua di The dark knight rises.

I neofiti saranno sorpresi di apprendere che l’uomo pipistrello avrà il suo peso immaginifico nella corsa alla Casa Bianca. Chi invece ha seguito il dibattito che si è sviluppato negli States – e che ha avuto uno stanco riflesso anche dalle nostre parti –sa di cosa stiamo parlando. Batman combatte la propria battaglia di supereroe mai come ora al fianco delle forze del bene. E contro un cattivo che priva di profondità la polisemia del male descritta dalle due versioni del Joker, dal ghigno mefistofelico di Jack Nicholson, prima, e di Heat Ledger poi

L’antagonista che affronta il Cavaliere oscuro nel suo ritorno, Bane, emerge dal ghetto di Gotham City. Simbolicamente calato nelle fogne della città, omaggio alla mitologia batmaniana (da lì veniva il Pinguino di Danny De Vito), ma anche metafora del ricettacolo di reietti, pronti fideisticamente ad immolarsi per la sovversione dell’ordine esistente, di qualunque tipo sia la promessa di cambiamento che cela. Il suo obiettivo è distruggere i gangli decisionali, colpire al cuore la collettività smantellandone “i poteri forti” (lisa formuletta giornalistica che ben descrive l’intangibile contesto di una realtà filmica).

La sua è una lotta contro l’ordine costituito, in una Gotham che completa il suo cammino dalla città favolistica descritta da Tim Burton nei primi due capitoli della lunga carriera cinematografica dell’uomo pipistrello, al mondo reale. Una città difesa dalla propria polizia, insofferente come da tradizione hollywoodiana alle ingerenze dei federali, nella quale si gioca in borsa, ci si munisce di birra per assistere ad una partita di football, si assiste ad un discorso del presidente degli Stati Uniti sulla tv di stato. L’attacco di Bane non è al mondo insulare di una città-stato che sembra vivere sganciata da qualunque interconnessione con il mondo che la circonda. Per la prima volta sente sul collo il fiato, rassicurante ma anche traditore, di ciò che gli sta introno.

Quella del cattivo dal volto mascherato è una sfida alla collettività per come si è modellata nel mondo che conosciamo. Per sostituire alle peccaminose e frastagliate fatiche della democrazia un regime del terrore, nel quale la giustizia viene amministrata arbitrariamente ma nel nome del popolo, e la convivenza sociale viene regolata, per il bene di tutti, con prescrizioni da stato di polizia. Novello giacobino, Bane è l’esasperazione evidente di tutto ciò che critica l’ordine costituito senza avere un’exit strategy che non sia quella dell’imposizione attraverso la forza di una propria visione ideologica del mondo. 

Mai come nel terzo episodio della saga di Nolan, Batman si sovrappone alla legge, identificata dalle divise dei suoi pubblici tutori. The dark knight affrontava in profondità la discrasia tra il labile confine tra la difesa della norma e la sua corruzione. Il Cavaliere oscuro era una figura necessaria in un mondo nel quale l’ondivaga natura dell’uomo rendeva indefinito e magmatico il confine tra il bene e il male. E combatteva contro un eroe nero, il Joker, che praticava scientemente il caos fine a se stesso: «Sono come un cane che insegue una macchina, se la raggiungo non saprei che farmene».

Bane rincorre la macchina statale. Ma a differenza dell’uomo con le cicatrici sa benissimo come trasformarla. Si serve di un finanziatore che lo foraggia per perseguire i propri scopi, se ne sbarazza appena diventa inutile, agguanta il potere per sostituirsi a chi lo ha preceduto nella stanza dei bottoni. Servendosi di truppe che fideisticamente darebbero la vita per il culto della rivoluzione. Un sovvertimento che, una volta compiuto, fa inorridire i suoi profeti laici. «Era tanto che aspettavo la rivoluzione. Ora che è arrivata, mi fa paura», dice Catwoman, che pratica il disordine al di fuori di una struttura organizzata e dei suoi riti confessionali, ma per un proprio tornaconto personale

Attingendo a piene mani alle cronache dei giornali, Bane come primo atto di un piano che lo porterà a far saltare ponti e giustiziare arbitrariamente civili inermi, assalta la borsa, in una Gotham plasticamente calata nella Manhattan di oggi. Occupa fisicamente Wall Street, ne distrugge le evidenze fisiche, scombina con un click le impalpabili evoluzioni finanziarie. Smentendo goffamente di aver pensato ad un sottotesto particolare nel preparare la pellicola di cui è anche sceneggiatore, il regista Christopher Nolan ha in realtà confermato che il suo è un vero e proprio manifesto socio politico del mondo contemporaneo: «Non vedo questo film come un’opera politica, sono gli altri a farlo. Io e Jonathan plasmiamo l’antagonista in base a come il mondo vede i cattivi di oggi. La nostra storia somiglia alla realtà».

Una realtà fatta di contestatori che diventano brutali carnefici sogli agli occhi dei contestati, a parere dell’autore. Una lettura opinabile, nella quale tuttavia Batman si schiera a tutela dell’ordine, al fianco di polizia ed esercito impegnati a combattere un’ostinata e ripida lotta nel tentativo di preservare le fondamenta della città. Tanto è bastato per farlo definire dal quotidiano della sinistra british, il Guardian, «un supereroe più vicino a Mitt Romney che a Occupy Wall Street».

E se con il candidato mormone alla Casa Bianca c’entra poco, per dinamismo e carisma, non si può fare a meno di notare come le ali del pipistrello intervengano per coprire i terminali dei broker terrorizzati dalla maschera cannibalica di Bane (chi, guardandolo, non ha pensato al ghigno reso celebre da Il silenzio degli innocenti, rispolveri il dvd). Senza contare che il Cavaliere oscuro è anche Bruce Wayne, che del gotha politico ed economico di Gotham è tra i massimi esponenti. Un film conservatore? Forse. Di sicuro un’opera dell’arte cinematografica che riesce a far pensare intrattenendo.

Che si caratterizza per una stratificazione di senso anche (probabilmente soprattutto) attraverso l’epica adrenalinica della sua costruzione filmica. Una cosa è sicura: accapigliarsi per The dark knight rises è assai meno ozioso di un’interrogazione parlamentare sull’ultimo film della Guzzanti.