A rischio il tesoro di Radio Rai

Ventimila dischi, 400mila nastri e 40mila cd: l’archivio della radio pubblica sta tutto lì dentro e, secondo alcuni, rischia di andare perso. In passato molto materiale è stato buttato (perdendo pietre miliari come Bandiera gialla e la Hit Parade), ma da tempo c’è chi lavora per salvarlo e metterlo a disposizione di tutti, anche grazie alla rete.

Quando qualcuno, scartabellando tra i tagli della spending review di luglio, si era accorto che tra gli enti soppressi c’era anche la vecchia Discoteca di stato, c’era chi aveva fatto un salto sulla sedia: in tanti hanno visto in pericolo la memoria sonora del paese e si sono mobilitati per evitare la chiusura dell’ente. Giorni fa si era temuto che fosse a rischio un altro patrimonio inestimabile: l’allarme, stavolta, riguardava l’archivio di Radio Rai e le sue centinaia di migliaia di nastri che permettono di ricostruire la storia recente degli Italiani. Un patrimonio che – a dar retta a un pezzo apparso sul Fatto Quotidiano – rischierebbe la fine, per la fragilità dei supporti, per il pensionamento del personale “storico” e per la mancanza di progetti che valorizzino quel materiale: si era parlato di un appello al Capo dello stato firmato da alcuni lavoratori della sede di via Asiago, perché intervenisse a far salvare, per amore o per forza, quella miniera di ricordi.

A ricordare l’importanza dell’archivio radiofonico, basta la testimonianza di un giornalista autorevole come Gianni Bisiach, ora in pensione dopo avere curato per anni su Radio1 il programma Radio anch’io. «Rivolgersi al presidente della Repubblica è meritorio, conservare l’archivio è importantissimo. Un archivio ben tenuto, con la catalogazione anche elettronica, è utile alla radio, alla tv e a chiunque voglia usarlo come fonte: questo vale soprattutto per la radio, che arriva anche dove è problematico far arrivare la televisione. Poi, ovviamente, ci vogliono autori che propongano idee e trovino il modo di usare al meglio quelle risorse: se si fanno buone proposte ai vertici della radio, penso si possano realizzare, a patto che le audioteche siano tenute bene». Bisiach sulla situazione attuale non vuole intervenire, perché non la conosce bene: «Che possa esserci un po’ di disordine non c’è dubbio: all’epoca, l’archivio di tredici anni di Radio anch’io era nei corridoi… ma è passato tanto tempo da allora». Chi ha lavorato in radio fino a poco tempo fa non crede allo sfacelo. «Non si può parlare di uno scenario apocalittico, al più ci sarà un po’ di incuria, ma c’è ovunque, anche nell’archivio dell’Istituto Luce o alla stessa Discoteca di stato» dichiara Dario Salvatori, giornalista ed esperto di musica, dal 2000 al 2010 responsabile artistico di Radio Scrigno, progetto che ha valorizzato una parte significativa del patrimonio degli archivi.

Lì dentro c’è di tutto, su dischi in vinile (“padelloni”, come li chiamano), nastri e cd, a seconda del materiale usato per registrare i programmi. «Esattamente qui ci sono 40mila cd, 10mila “padelloni” già censiti e altrettanti da censire, nonché circa 400mila nastri, 150mila dei quali già digitalizzati». I numeri li dà il responsabile del Progetto archivi di Radio Rai, Angelo Mellone. Giornalista professionista e a lungo docente universitario («Per entrare in Rai mi sono dovuto dimettere dall’università»), Mellone dal 2010 è a capo di questo settore cruciale della radiofonia. A sentir parlare di archivio radiofonico a un passo dalla fine, Mellone non ci sta. «L’archivio non è affatto morto – spiega –. C’è innanzitutto un’attività quotidiana di digitalizzazione on demand del materiale esistente, sulla base delle richieste che provengono da altri nostri canali, dalla direzione sviluppo commerciale o da chi co-produce materiale con noi».

In Rai ci sono grandi competenze in tema di restauro e conoscenza del patrimonio, c’è anche un valido centro di ricerca a Torino: tutte attività funzionali a un’opera di recupero che, tuttavia, non si annuncia breve. «Per capirci, ciascun “padellone” va lavato, messo su macchine particolari, per poi registrarlo in digitale e ripulire la registrazione ottenuta – precisa ancora Mellone –. Questo richiede varie ore, da moltiplicare per ciascuno dei dischi, ma in qualche anno contiamo di concludere la digitalizzazione, ripresa con il mio arrivo qui, perché prima si era fermata: ci sono strategie per digitalizzare tutto il materiale, cd compresi». Un lavoro immane, ma per il responsabile dell’archivio di Radio Rai è ben di più: «La nostra è una rivoluzione culturale, degna di un servizio pubblico patriottico – sottolinea –. Abbiamo considerato la tradizione come il massimo dell’innovazione culturale, elaborando progetti che valorizzassero il patrimonio presente in archivio. Fino agli anni ’80 il materiale vecchio veniva buttato, noi stiamo facendo il giro di tutte le sedi italiane della radiofonia, per censire i materiali in archivio: abbiamo scoperto che a Firenze ci sono radiodrammi di gran pregio, a Roma si conservano registrazioni di Radio Bari Liberata, del periodo della “resistenza non partigiana”». Il vero problema degli archivi Rai, radio e tv, non starebbe in quello che c’è, ma in ciò che manca. «Degli ultimi 20 anni c’è tutto – spiega Dario Salvatori – anche grazie ai nuovi sistemi di registrazione, con la digitalizzazione e il catalogo multimediale. Dà più problemi la radio storica, che presenta vari “buchi”, specie negli anni ’60 e ’70: in passato si riciclavano nastri già utilizzati, cancellando il contenuto, o si buttava ciò che si considerava “roba vecchia”; mancava la concezione della storia e della memoria, non si pensava che qualcuno avrebbe voluto conservare tutto».

All’appello mancano titoli di primo piano: «Penso a Gran Varietà, alla Hit Parade di Lelio Luttazzi di cui c’è solo la sigla, ad altre due trasmissioni musicali chiave come Bandiera Gialla e Per voi giovani. Il problema più grave è con i programmi in diretta, più difficili da reperire e anche la tv ha questo problema, Pippo Baudo vorrebbe riuscire prima o poi a rivedere qualcosa delle sue cinque edizioni di Settevoci, antesignano dei talent show, di cui però non è stato conservato nulla».  Ci vorranno anni per mettere “al sicuro” l’archivio di Radio Rai, ma a diffonderne il contenuto si è già iniziato. «Cercare, ritrovare il materiale e poi non farne niente, non serve: la vocazione del servizio pubblico è diffondere, non collezionare – nota Salvatori –. Con Radio Scrigno ho creato un laboratorio di restauro, il materiale ritrovato e sistemato l’abbiamo trasmesso e pubblicato in una collana di 25 cofanetti, Via Asiago 10: un progetto premiato dal pubblico, penso alle 20mila copie del cd su Modugno o all’incisione con Sinatra a via Asiago». La collana è proseguita: l’anno scorso è uscito il doppio cd Fratelli d’Italia che raccoglie cinquanta canti patriottici e risorgimentali. La sfida maggiore, però, Radio Rai la gioca sul web: dei tre nuovi canali sotto la direzione artistica di Roberto Quintini, uno punta a valorizzare l’archivio.

«Si tratta di Radio Wr 6 – ricorda Angelo Mellone – fatta quasi esclusivamente con personale interno che conosce bene gli archivi e decide i contenuti, assemblati creativamente: l’80% di contenuti è materiale d’archivio, seguendo i filoni del teatro, della prosa, della musica classica e moderna, delle notizie d’epoca dei vecchi giornali radio; il pubblico interagisce coi social network e suggerisce idee da sviluppare. Un canale così non ce l’ha nemmeno la Bbc, che non a caso al Prix Europa si è informata sul nostro progetto: una volta tanto non siamo stati noi a copiare loro. Sono programmi che richiedono attenzione, non si ascoltano in auto mentre si guida, ma come radio web Wr 6 registra ascolti lusinghieri».  Le vie della rete, tuttavia, non sono finite: mentre è allo studio un sito pensato per gli studenti delle scuole secondarie e dedicato alla storia d’Italia (con contenuti audio-video), Radio Rai prepara lo sbarco su iTunes e Amazon, in modo da valorizzare anche economicamente il patrimonio storico.

«Iniziamo con la musica dell’archivio, poi nulla vieta che si passi ad altro materiale – conclude Mellone – le decisioni spettano alla Direzione sviluppo commerciale, ma credo si possa immaginare un servizio on demand e, soprattutto per chi lo richiede a scopi culturali, a prezzi contenuti». Lo stesso paradigma potrebbe applicarsi alla televisione: «L’uso intensivo dell’archivio Rai, per la vendita al pubblico, il varo di canali tematici o la costruzione di nuovi programmi costerebbe molto meno rispetto a produzioni ricche – sottolinea Salvatori – se non lo si fa ora che di soldi ne girano meno, quando si fa?» Vanno bene i montaggi nazionalpopolari (ma ragionati e con spazi per i guizzi) di DaDaDa o TecheTecheTe’, voluti da Michele Bovi nelle ultime estati di Rai1 e laureatisi campioni di audience; in molti però, per vedere liberamente programmi storici o a torto considerati minori, sarebbero disposti a contribuire con una cifra ragionevole. La qualità, in fondo, paga.