In ricordo di Pomilio, scrittore cristiano

Mario Pomilio, grande giornalista e scrittore, ingiustamente dimenticato, nacque ad Orsogna (Chieti) nel 1921 e si spense a Napoli nell’aprile del 1990 dopo una lunga malattia. Trascorse l’infanzia prima ad Orsogna e poi ad Avezzano dove frequentò il liceo classico. Nel 1945 si laureò in Lettere, alla Scuola Normale di Pisa, con una tesi sulla narrativa di Luigi Pirandello. Proseguì i suoi studi all’estero specializzandosi nelle università di Bruxelles e Parigi. Ebbe, infine, la nomina come insegnante di Lettere in un liceo napoletano. Un breve soggiorno a Teramo, in veste di commissario agli esami di Stato, gli ispirò il suo primo romanzo, “L’uccello nella cupola”, pubblicato nel 1954, che lo porrà subito all’attenzione della critica e del grande pubblico con la vittoria nel Premio Marzotto, opera prima. Ancora a Teramo sarà ambientato, dieci anni dopo, “La compromissione”, romanzo dal forte contenuto politico, non privo di contenuto autobiografico, che in qualche modo racconterà della sua crisi di intellettuale di sinistra di fronte alle vicende politiche del 1948; il romanzo accese un ampio dibattito che provocò l’intervento degli intellettuali degli opposti schieramenti.

L’impegno politico lo portò anche ad un periodo di militanza nel Partito Socialista. La conversione di Pomilio alla fede cattolica lo portò a schierarsi in politica su questo fronte. Va ricordato, al riguardo, che fu anche deputato al Parlamento europeo eletto come indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana. Intensa fu l’attività di saggista, critico e storico della letteratura con la pubblicazione di studi su Italo Svevo, Luigi Pirandello, Benvenuto Cellini, Edoardo Scarfoglio. Con Michele Prisco e Domenico Rea fondò a Napoli, nel 1960, la rivista “Le ragioni narrative”. Fu redattore de “Il Mattino” di Napoli. Nel corso della sua attività ricevette numerosi premi e riconoscimenti tra i quali, oltre al già citato Premio Marzotto “opera prima” del 1954, il Premio Napoli 1959 per “Il nuovo corso” e 1975 per “Il Quinto Evangelio” e i Premi Strega e Fiuggi 1983 per “Il Natale del 1833”. Quando la terza pagina dei quotidiani costituiva il fiore all’occhiello di un giornale, Pomilio collaborava con “Il Mattino”, contribuendo al rapporto tra gli intellettuali e la città.

La più feconda parentesi di Mario Pomilio al Mattino si colloca tra due dei suoi maggiori scritti cristiani a ridosso del suo romanzo capolavoro “Il quinto evangelio” (1975) e alla vigilia della raccolta di saggi “Scritti cristiani (1979)”. Era la fine degli anni Settanta e quell’ingresso in redazione era il coronamento della sua affermazione come critico letterario, il critico redattore de “Le ragioni narrative”, l’allievo di Battaglia. Pomilio era l’autore dei saggi militanti come “Contestazione” (1967), ma era conosciuto anche per gli studi sul verismo e sul suo declino e, soprattutto, narratore pluripremiato con “L’uccello nella cupola” (1954), “Il testimone” (1956), “Il nuovo corso” (1959), “La compromissione” (1965) e “Il cimitero cinese” (1969). Recensore, editorialista, spesso coordinatore di una pagina ancora più specifica (che appariva a cadenza mobile) dal titolo “Nel mondo della letteratura”, era approdato in una testata che si fregiava di firme come Domenico Rea, Mario Stefanile, Clotilde Marghieri, Luigi Compagnone e tanti altri protagonisti della vita culturale napoletana e nazionale.

Era ancora un giornalista esordiente che si cimentava, quasi inesperto, con la stampa quotidiana e mostrava un volto inedito, attento alla cultura partenopea e meridionale con una partecipazione che spesso acquisiva i toni della velata, e sempre discreta, polemica. Tra gli autori più frequentemente trattati dal Pomilio giornalista, naturalmente Matilde Serao. In occasione del cinquantesimo anniversario della morte della scrittrice, appare una pagina monografica, dove, oltre ad un articolo di Aldo Vallone e uno di Michele Prisco, a tre colonne domina l’intervento pomiliano. È una lettura della Serao attraverso la lente del Paese di cuccagna, opera che più rappresenta Napoli con l’insieme delle sue virtù e, se si vuole, dei suoi difetti. Al Mattino Pomilio è il critico che scende nel suo tempo e nei suoi luoghi, ne legge le pieghe, ne cerca i sensi, ne interroga i destini. Molti gli articoli dedicati agli amici partenopei. Oltre al suo primo intervento su Prisco nel 1970, ricordiamo il ritratto di Mario Stefanile a un anno dalla morte, apparso il 19 febbraio 1978.

Del critico de Il Mattino, dell’intellettuale e saggista, Pomilio ama sottolineare il profilo di scrittore e, naturalmente, lo studioso e teorico della napoletanità “affrancata da ogni tradizionalismo cartolinesco e inserita in posizione di tutto rispetto nella geografia poetica del nostro secolo”. A un altro amico caro come Luigi Incoronato dedica un ricordo che poi sarebbe confluito con il titolo Impegno, silenzio nel volume curato insieme a Compagnone, Prisco e Rea Luigi Incoronato quattordici anni dopo (1981). E’ un Incoronato insolito, che si affianca al più conosciuto scrittore del crudo realismo. Il racconto Le pareti bianche, alla luce della morte dell’autore, diventa metafora di una tentazione di morte che vi serpeggia. Non è un semplice profilo biografico: Incoronato è visto come “emblema” di una generazione: «Per paradossale che possa sembrare, dietro i suoi stessi esiti umani ed esistenziali, si configura quella medesima crisi letteraria che coinvolse la più parte dei narratori a lui coetanei, anche se poi lui fu il solo a scontarla così in fondo». In questo linguaggio colloquiale, davvero insolito per il “normalista” Pomilio, si esprime il crinale anche autobiografico e questa pagina su Incoronato si fa, per Pomilio, autobiografia. Gli esempi da addurre potrebbero essere tanti.

Qui basti osservare che Il Mattino ci restituisce il volto inedito, o almeno insolito, di un autore ancora dimenticato che ha patria a Napoli, si direbbe, molto più di quanto i suoi saggi in volume ed i suoi romanzi non mostrino. Il Mattino restituisce a Napoli un autore che è “suo”. Mario Pomilio nel 1975 scrisse un breve ma suggestivo dramma intitolato Il Quinto Evangelista, testo poi raccolto con altri di genere diverso, ma tutti inerenti la riflessione sul cristianesimo e su Gesù, poi raccolti con il titolo Il Quinto Evangelo. Apparentemente il dramma ricalca Processo a Gesù di Diego Fabbri ma i toni e lo svolgimento sono meno prevedibili dell'illustre precedente. L'azione è ambientata nel 1940 in Germania. In una sala parrocchiale un sacerdote sta svolgendo una conversazione sul tema di Gesù, ma ad un certo punto, essendo giunto alla fine del suo intervento, chiede se ci siano domande ed osservazioni e da qui prende avvio l'azione scenica.

Subito si delineano i personaggio del dramma: l’avvocato Schimmel è il caparbio razionalista, che pone domande provocatorie e non si lascia convincere da ingenue motivazioni, il dottor Ehrart è il protestante riformato che di continuo fa riferimento all'autorità stessa delle Scritture, la signora Kuyper rappresenta il fedele cattolico semplice, certo delle verità che la tradizione della Chiesa gli ha insegnato, da ultimo lo studente Toepfer, che rappresenta le nuove generazioni scettiche rispetto a tutto ciò in cui credono i padri. La discussione verte su chi sia Gesù, sulla personalità e sulla vicenda umana del Cristo riportata a noi dagli evangelisti, di cui talvolta si notano le incongruenze e le diversità in una lettura affrontata e critica. I fatti che più animano i protagonisti sono proprio quelli della Passione. Romanzo complesso e difficile di un autore messo ormai da parte nel nostro panorama letterario, Il quinto Evangelio è un’opera particolare, che raccoglie attorno ad una cornice vari documenti attribuiti ad epoche diverse: raccolte di lettere, frammenti, novelle, storie o rifacimenti di storie, una professione di fede.

Ciascun testo è preceduto da una presentazione esplicativa. A tutt’oggi è una delle opere più innovative nella struttura e nell’uso della lingua. Romanzo, saggio, raccolta antologica, ricerca religiosa e filosofica nello stesso tempo, Pomilio viene catalogato come scrittore cristiano, definizione che, negli anni, è diventata motivo per sottostimarlo ed escluderlo dal Novecento letterario italiano. In un certo senso, oggi scrivere di lui è andare controcorrente. Mario Pomilio è, invece, uno dei molti autori che vanno ritrovati e riletti perché le sue pagine possono sempre, anche oggi, farci compagnia e suggerirci punti di vista particolarmente lucidi, capaci di liberare visioni ed idee irregolari sui resti dell’uomo contemporaneo; la lettura di Pomilio è utile soprattutto a quanti non si arrendono alla trasformazione della “sacra volta” in una cupola di plexiglass da centro commerciale. Inoltre troveranno la lettura delle pagine di Pomilio particolarmente interessanti quelli che credono che la letteratura sia un mezzo per scortare se stessi nei cammini esistenziali che si vogliono intraprendere senza necessariamente escludere il “Mistero e senza girare invano intorno ad un introvabile sé.

Mario Pomilio è riconosciuto come scrittore di grande rigore stilistico, cosa che gli derivava dall’avere un vero e proprio culto della parola. Ma non nel senso della bella parola di tipo dannunziano. Cercava la pulizia della lingua italiana e rifuggiva dalla comuni contaminazioni con il dialetto e le lingue straniere. In un’epoca come la nostra, così ossessionata da estremi localismi e giganteschi globalismi, quella sua attitudine è una lezione da ritrovare con complicità. E’ di recente diffusione il dato secondo cui l’italiano ha subito un incremento del 773% di parole di origine straniera e segnatamente quelle anglosassoni. Questo fa di noi un paese globalizzato ma fortemente inglobalizzato: si parla ormai di “itanglese”. Ed è solo il caso di accennare ai localismi imbarazzanti di cui siamo preda. Pomilio, invece aveva una cura scrupolosa per uno scrivere che non disdegnava la cura della parola, convinto com’era che ogni ricerca intellettuale e spirituale vada portata avanti con lo strumento linguistico ben circoscritto nelle sue valenze essenziali, pena l’inconsistenza. Il questo modo ha sempre evitato estremismi, partigianerie ed ideologie, rimanendo sempre nei pressi del cuore dei problemi affrontati.

Arrivò fino a misurarsi con una sofferta e lacerante indagine, complice Manzoni, sul significato del dolore nel mondo, sullo scandalo della sofferenza che attraversa la storia umana, che fece nascere Il Natale del 1833 con il quale vinse il Premio Strega 1983. Chiudo dicendo che c’è un momento più spiacevole di quando si dimentica qualcuno, uno scrittore in questo caso, che nelle sue esperienze letterarie ha offerto buona parte di sé, del suo percorso esistenziale, delle sue energie, dei suoi dubbi. Tracce utili a chi sente forte la necessità di cercare oltre i sentieri battuti, per afferrare qualcosa di sé e del mondo, setacciando materiali oltre se stesso, confrontandosi con altro da sé.