Il teatro italiano vola nella Grande Mela

New York non è solo Manhattan e l’ha capito molto bene Laura Caparrotti, romana e newyorchese di adozione, che lo scorso anno ha creato “In scena! Italian Theater festival NY” che porta il teatro italiano in tutti e cinque i distretti della Grande Mela: oltre a Manhattan anche The Bronx, Staten Island, Brooklyn e il Queens.

Laura, non è molto comune trovare tra chi ha lasciato l’Italia qualcuno nato a Roma. Che ci fai a New York e come ci sei finita?

Mi hanno rivolto diverse volte questa domanda. Sono venuta inizialmente per fare un corso di tre settimane d’inglese e di danza, e mi sono innamorata di New York. Poi sono tornata nuovamente per nove mesi di internship in un teatro nel 1996. Ci sono finita per puro caso: amo la città, la sua energia e la sua vitalità, o forse semplicemente mi sono sentita più libera di essere me stessa, mentre a Roma mi sentivo in qualche modo legata a tutte le paure che avevo da ragazza. E poi nel ’96 decisi di fare un’esperienza più lunga, perché l’ambiente del teatro mi aveva abbastanza delusa e avevo bisogno di cambiare aria: quella è stata la mia prima esperienza fuori casa, per cui l’ho fatto ed è stato bellissimo! Da lì poi è iniziato tutto, ho scoperto un nuovo mondo e una nuova Laura che non so a Roma se e come sarebbe sbocciata. Io non ho mai visto Roma come una metropoli. Questa New York è una metropoli.

Parlaci di Kit-Kairos Italy Theater.

Il Kit nasce nel 1996 anzi, molto prima ovvero nella stagione 1993/94 perché organizzavamo spettacoli con amici non contenti di fare gli attori presso altre compagnie. Cominciammo a fare cose nostre: la compagnia che avevo insieme ad altri si chiamava “Le gramaglie”, poi un giorno al Palazzo delle Esposizioni alla mostra dedicata a Lisippo vidi un’immagine di questa semidivinità greca chiamata Kairos che simboleggiava l’occasione giusta da prendere al volo. Decisi quindi di dare quel nome alla mia compagnia, chiamandola Kairos Theater. “Italy”, invece, è stato inserito perché molti mi chiedevano se la compagnia fosse egiziana. Poi un giorno la mia amica Susana Culia mi disse: “Quando facciamo le prove di Kit”? E da allora Kairos Italy Theatre è diventato Kit. Era la fine del 1996, quando iniziavamo a fare spettacoli al Miranda Theatre di Mario Fratti. All’epoca lui dava il teatro la domenica e il lunedì alle compagnie italiane per promuovere il teatro in italiano. Dapprima abbiamo allestito sketch degli anni ’50 e ’60, non a caso avevo fatto una tesi sul teatro comico e sul cabaret in particolare, sui monologhi di Franca Valeri. Avendo avuto un grande successo, li riproponemmo nel 1997 alla Casa Italiana Zerilli Marimò che aveva appena aperto, e anche lì fu un altro grandissimo successo. Piano piano, molto timidamente e a piccoli passi, siamo arrivati a mettere in scena Flaiano, Pasolini, Franca Valeri, Buzzati e tanto altro. Nel 2013 con la compagnia giovane - la Young Kit - abbiamo messo in scena “La Mandragola” e tre novelle del Decamerone. Diciamo che siamo cresciuti molto e speriamo di farlo sempre di più, per dare una continuità al teatro italiano – bilingue, ma italiano – negli Usa.

A giugno tutti e cinque i boroughs (distretti) della Grande Mela ospitano la seconda edizione di “In scena! Italian Theater festival Ny”, che tu hai ideato e realizzi. Che c’è in programma quest’anno?

Il 2013 era l’anno della cultura italiana negli Stati Uniti e quando ho scoperto questa cosa ho pensato fosse il momento giusto. E così è stato. Abbiamo organizzato un festival di dieci giorni in cui c’erano tre gruppi dall’Italia e quattro letture teatrali di testi italiani in traduzione. Quest’anno arriviamo a sedici giorni di Festival dal 9 al 24 giugno. Inoltre abbiamo ben sei gruppi, sei spettacoli diversi e quattro letture teatrali. Nello specifico avremo Iaia Forte che fa uno spettacolo su un testo di Paolo Sorrentino. Iaia è una delle attrici de “La grande Bellezza”, e Paolo Sorrentino ne è il regista. Il testo si chiama “Everybody is right” (Hanno tutti ragione), tratto dal libro omonimo, già tradotto. In programma c’è anche uno spettacolo che viene dalla Sicilia, “Mutu”, vincitore del premio come migliore spettacolo straniero al Festival di Avignone e uno spettacolo che viene dalla Calabria dal titolo “L’Italia s’è desta”. In cartellone sono presenti “I corteggiatori” (dalla Puglia) e un appuntamento che si chiama “Raep” e che parla delle morti bianche sul lavoro. Infine abbiamo anche una rappresentanza di italiani a New York con “Neighbors”, che è nato dalle menti di due ragazzi che fanno parte di Kairos Italy Theatre. Parla di due ragazzi italiani che vanno a New York e delle loro avventure: siccome lo scorso anno abbiamo avuto una compagnia di qui composta da italiani che propose uno spettacolo, così quest’anno abbiamo deciso di invitare un altro gruppo che ha già debuttato con grandissimo successo in Italia e che ora porta qui il loro spettacolo come omaggio a questa città. Per quanto riguarda le letture ne abbiamo una su Oriana Fallaci scritta da Emilia Costantini, un testo - “Santos” - basato su “Super Santos”, scritto da Roberto Saviano. E poi “Storie d’amore e di calcio”, dedicato ai Mondiali. Io sono una tifosissima ed ho quasi imposto che ci fosse una celebrazione di questa competizione sportiva. Poi abbiamo anche una lettura relativa al Premio Mario Fratti: l’anno scorso abbiamo celebrato Mario, che è un po’ la nostra colonna qui a New York e quest’anno abbiamo deciso di creare addirittura un riconoscimento in suo onore. Non mancano seminari, incontri, l’omaggio a Edoardo De Filippo e una bellissima opening night nel Bronx (oggi). E’ importante arrivare negli altri distretti con la nostra cultura e con gli stessi eventi che sono proposti a Manhattan, accomunando i distretti in un luogo che si chiama New York City. Alcuni gruppi quindi gireranno in questa mini tournée, e abbiamo voluto appositamente iniziare con la grande opening night nel Bronx, ad Arthur Avenue, con David Greco che è un chef molto famoso insieme a Iaia Forte, e con tutta la comunità che si è unita per celebrare il teatro italiano. Mi sembra quasi un miracolo esserci riusciti.

Com’è messo il teatro italiano in America, anche al di fuori di New York? Noi abbiamo intervisto Mario Fratti ma dietro di lui (e oltre a te) si intravede qualcosa?

Ci sono molti gruppi che vengono dall’Italia, so che ci sono persone che propongono altri contenuti, ma per il momento io non ho mai incontrato nessuno che abbia fatto o che faccia continuativamente testi della tradizione italiana. Ciò non vuol dire che non ci sia, ma al momento io non ne ho traccia. Però ci sono moltissimi artisti italiani che tentano una carriera non strettamente legata alle origini ma più vicina all’America e al parlare inglese. In tal modo, ovviamente, si lavora di più. Molti di loro hanno voglia di far vedere cos’è la nostra cultura, anche perché ancora si vive di stereotipi, dell’italiano mammone. E di pizza, mandolino e mafia. Noi abbiamo appena fatto due capolavori come “La Mandragola” e il “Decamerone” e contrariamente a quanto si potrebbe pensare, vengono fatte rarissimamente, qui. Io spero che le persone che lavorano con me, specialmente i ragazzi della Young Kit, giovani attori italiani di grandissimo talento, continuino a portare avanti il teatro di casa nostra: abbiamo una cultura troppo bella per essere abbandonata, ci ricorda quello che siamo e che siamo stati.

Tu sei anche la rappresentante in America di Totò. Gli americani lo conoscono, hanno capito la sua grandezza?

Totò e la sua famiglia sono entrati nella mia vita nel 2000 e da allora lo porto in giro quando posso: in realtà è talmente un grande personaggio che bisognerebbe lavorare in maniera esclusiva ventiquattro ore al giorno per rendergli giustizia. Gli americani lo conoscono poco: chi si intende di cinema lo conosce; qualche italoamericano lo conosce ed altri no, dipende dalla generazione. Ho avuto la fortuna di conoscere Arthur Miller che lo amava molto, F. Murray Abraham che è un appassionato, e altri che lo amano e lo hanno nella loro videoteca: nel sistema americano non si trovano i dvd dei suoi film se non due, cioè “I soliti ignoti” e “Uccellacci e uccellini”. C’è tutto un discorso sui diritti che purtroppo non vengono dati, Totò va ancora talmente bene in Italia che chi ha i diritti - non la famiglia, altri – temo non abbia interesse nel farlo girare anche all’estero. Ogni volta che ho fatto una mostra, la gente l’ha amata moltissimo, c’è un grande amore e credo che in qualche modo la gente si riconosca anche in Totò. “Malafemmina” è cantata in qualsiasi modo e lingua, le sue poesie sono adorate: io vorrei pubblicare le sue poesie con un’edizione bilingue e forse è una cosa che prima o poi riuscirò a fare. Quindi la risposta è sì, è amato e seguito, ma la cosa più bella per me è quando lo faccio vedere alla gente che non lo conosce: vedere le loro reazioni, come lo segue soprattutto nei movimenti, nei gesti, nei cambiamenti del volto … è incredibile, era veramente eccezionale e spero di poterlo portare in giro ancora per molto, non solo in America ma anche in Argentina, in Giappone e in Brasile.

Con l’ultima domanda torniamo da dove siamo partiti: parlaci delle differenze e delle similitudini tra Roma e New York, e di cosa ti manca dell’una quando sei nell’altra.

Quanto alle differenze: New York è una metropoli, Roma è una splendida città ma è più un paesone, per quanto mi riguarda, non una metropoli. A New York puoi fare ed essere di tutto, nessuno ti giudica, ci sono talmente tante persone e religioni e culture diverse che davvero ti senti parte di un mondo. A Roma ti senti italiano ma soprattutto romano. Qui sembra davvero che potenzialmente tu possa fare tutto, che basti girare l’angolo; Roma è eterna, e in questo suo essere eterna è anche molto immobile. Al contrario di New York sembra proprio che non debba mai accadere nulla di nuovo, imprigionata nelle sue rovine che, fra l’altro, si stanno distruggendo. Sono sicuramente due capitali, ma Roma è una capitale del passato. Io penso che Roma sia la più bella città del mondo, parlando di bellezza, di fascino, ci sono veramente degli scorci che sono inarrivabili però va vissuta quasi da turista. New York ha anch’essa degli scorci belli, non inarrivabili, ci sono delle luci stupende ma soprattutto c’è una vita che è eccitante. E penso che chi ami la vita piena di sfide piccole o grandi non possa non amare New York, che poi è una città che ti sfida ma ti accoglie. Quando sono lontana da Roma mi manca sicuramente mia madre, credo che sia di gran lunga la cosa che mi manca di più, e poi anche gli amici ovviamente: magari ci si potesse vedere sempre e scambiare idee e sorrisi e risate. Quando sono lontana di New York mi mancano le mie lezioni di danza e le mie lezioni di Pilates, i miei insegnanti: faccio una danza che non so dove andare a ritrovare se non qui. Ma da lontano mi manca anche la vitalità di New York. Forse è quasi una droga, chi lo sa, perché Roma poi alla fine è stancante è lenta e per fare le cose ci vuole troppo tempo, invece qui in un giorno fai tante cose e più ne fai, più sei attivo e hai voglia di esserlo. E questo a me piace molto.