Volare, cantando

Vi piace "Volare" restando seduti? Allora non c'è niente di meglio che rivivere una parte dell'avventura canora italiana del Secondo Novecento attraverso le canzoni di Domenico Modugno, in particolare, ascoltando le proposte musicali dello showman napoletano Gennaro Cannavacciuolo, che va in scena - fino all'otto marzo - al Teatro della Cometa di Roma. All'apertura del sipario, lo scenario che accoglie il fantasista di Pozzuoli vede sullo sfondo una doppia riga di poveri panni stesi, mentre un terzetto musicale assume le forme plastiche di un gruppo scultoreo delle porcellane di Capodimonte, adagiato discretamente sul lato sinistro, in modo da lasciare ampi margini di movimento ad un allampanato pulcinella con i calzini rossi.

Con lo movenze di uno Zero, e con una almeno pari coloritura espressiva, Cannavacciuolo accompagna, con passi appena accennati di danza, la sua profonda, emotiva espressività canora, intagliata con clip autobiografiche che ci invitano a risalire all'infanzia dello spettacolo, creatura di due padri: Cannavacciuolo e lo stesso Modugno. E fa l'effetto di una malta a presa rapida ripercorrere quei momenti e quei luoghi di una gioventù, ormai non più vicina, del neofita che, per la prima volta, va incontro al suo mitico maestro, vestito con un guardaroba adatto a un'altra stagione, pronto alla tragedia di un rifiuto, come all'estasi di una condivisione artistica.

Non ci volle molto, a quanto pare, a convincere il "Mimmo" nazionale della bontà di uno spettacolo, a lui stesso dedicato; condotto e co-ideato da un figlio d'arte estremamente promettente, come il giovane Gennaro, educato alle scene da genitori nobilissimi, della statura di Eduardo De Filippo e Pupella Maggio. Sarà quest'ultima a voler incidere per il suo pupillo alcuni passaggi recitativi, che rimangono, fin dalla prima edizione, saldamente incastonati nel copione di ieri, come di oggi. Pupella è la voce della madre di Masaniello, che chiede conto al figlio dei suoi delitti, con la sua voce stentorea e antica. E sarà proprio l'interpretazione del rivoluzionario figlio di un popolo napoletano, derelitto e oppresso, a restituire l'anima che brucia ancora, di una rivolta finita nel sangue, repressa da un potere ancora troppo forte, per temere le camice rosse dei garibaldini, lontani a venire. E, prepotente, attraverso le voce perentoria e tenorile, sale il magma della protesta popolare, come la lava che emerge dal condotto profondo, per colorare di giallorosso le labbra di roccia del Vesuvio.

Altro passaggio emozionante è il racconto melodrammatico, in musica, de "L'uomo in frac", il dandy cinico all'apparenza, con la sua gardenia rossa all'occhiello, che trascina nella corrente ribollente del fiume Tevere, dopo un salto dal ponte, il suo spleen inconsolabile, di chi ha visto andare sposa a un altro la donna della sua vita, immaginandola, come in un fermo immagine finale, nel suo abito nuziale, prima del gesto fatale. E, sempre sull'onda di quello stesso melodramma, in un'altra canzone epica di Modugno, risalta la figura del Buon Samaritano, colui cioè, che nel deserto emotivo urbano, corre in soccorso dell'aspirante suicida, che sta per gettarsi dal ponte, descrivendogli, attraverso la forza poetica degli elementi naturali, la bellezza della vita che vorrebbe lasciare.

Poi, grazie ai travestimenti più classici del teatro popolare napoletano (in cui l'artista si barda, clownescamente, con improbabili costumi moderni, ricchi di decorazioni floreali, e con mani avvolte in guanti sgargianti, che riproducono le pitture dei grandi astrattisti novecenteschi), si apre sul pubblico una finestra ariosa sulla comicità pura, di "Io mammeta e tu", con personaggi che, opportunisticamente, vanno e vengono, nella storia di un fidanzamento, che porta alla rovina e consunzione il povero malcapitato.

Altrettanto corporeo, nella sua vis comica demenziale, è il racconto di una Lei, talmente brutta, goffa e ridicola, da chiedersi se l'Amore sia cieco, o semplicemente, scemo, come quella della "Donna riccia", parafrasata da una parrucca da erinni, indossata dal pulcinella-menestrello. Nelle pause intermedie dello spettacolo, Gennaro non disdegna passeggiate in platea a distribuire caffè bollenti, interagendo con il pubblico, che gioca volentieri al suo gioco prediletto: la provocazione costruttiva. Fino al bis finale, scandito dal coro di "tutti assieme", per intonare quel "Nel blu dipinto di blu" universale, interpretato nelle maggiori lingue del mondo. Insomma, uno spettacolo per tutti i gusti, particolarmente adatto alla Boom Generation!