4 aprile ‘68: il “sogno” è ancora una speranza

Questo signore nella foto aveva un sogno; quello di vedere ogni uomo uguale all’altro; che i suoi quattro bambini, un giorno, potessero vivere in una nazione in cui non sarebbero stati giudicati per il colore della loro pelle, ma per la sostanza del loro carattere. Aveva un sogno; la speranza che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedevano schiavi, sarebbero dovuti sedere insieme al tavolo della fratellanza.

In parte quella “speranza” del pastore Martin Luther King nato ad Atlanta è divenuta realtà, col passar del tempo e in una società difficile come quella “Americana” degli anni Sessanta. Gli afroamericani hanno poi vinto quella battaglia, grazie anche a questo straordinario portavoce di libertà e amore, a questo prete pacifista che però tutto professava tranne che il “furto”, la ferocia, la prepotenza ne tanto meno la criminalità organizzata. Molti Stati degli Usa, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno superato ottimamente quel confronto razziale, quel dialogo fortemente auspicato, ben diverso da quanto sta accadendo oggi in Europa. Si può stare insieme in serenità e gioia sullo stesso tavolo della fratellanza tra più etnie? Andiamolo a dire ai gioiellieri veneti rapinati per decine di volte o alle anziane signore malmenate per quattro spiccioli. Non è razzismo questo, ma l’integrazione (quella vera) come la sognava King sarebbe stata possibile, realizzabile, anche qui da noi, nel vecchio continente. Quello che manca ora però e che era priorità all’epoca è il cortese e dovuto rispetto nei confronti del Paese ospitante. Il Nobel per la Pace, in pochi anni, era riuscito a farsi seguire da milioni di afroamericani con una sacra e inopinabile prerogativa: la non violenza! E quella straripante comunità che si è riunita attorno a lui, al Lincoln Memorial, nella grande marcia di Washington, che ha udito il celebre discorso del “sogno” era un immenso fiume di anime che sperava, sognava e pregava. Di certo non uccideva, non rapinava, non si approfittava e non usurpava. Oggi più che mai, caro King, quel tuo agognato “grido” costruito sull’amorevolezza rimane ancora speranza, così come auspicabile l’esistenza, nell’altra sponda del mediterraneo, di una persona con le tue stesse motivazioni. Non scafisti o venditori di morte ma un leader pacato, quieto, capace di interloquire con il mondo occidentale come hai fatto tu, con i Kennedy e con la collettività “bianca nordista” di quella generazione.

Il 4 aprile di 47 anni fa, a Memphis, un colpo d’arma da fuoco ti privava della vita terrena ma non certo del merito di quanto egregiamente fatto. Poche ore prima di lasciarci “vedovi” della tua carismatica presenza fisica facesti un discorso, definito poi il “Mountaintop”. Quelle parole ancora risuonano alte e significative non solo per la storia del Novecento ma anche in questa delicatissima fase di “interazione” socioculturale tra i nostri popoli: “… poi sono arrivato a Memphis. E alcuni hanno cominciato a riferire le minacce, o a parlare delle minacce che erano state fatte là fuori, o a dire quel che mi sarebbe potuto accadere per mano di qualche nostro fratello bianco malato. Ebbene, non so cosa accadrà d’ora in poi; ci aspettano giornate difficili. Ma davvero, per me non ha importanza ora, perché sono stato sulla cima della montagna”.

Sei stato sulla cima della montagna, è vero, ma la tua vetta ha avuto un sapore diverso; colmo di saggezza, affetto, dolcezza, devozione e profonda deferenza per l’esteso e variegato “universo” che ti circondava; quel genere di rispetto che si tenta - invano - di costruire oggi, su basi, purtroppo, non abbastanza solide.