Il gioiello navale che  salpò da Southampton

E’ si, era il 10 Aprile. Dopo la bottiglia ben augurante di un buon champagne al via le ancore. Direzione; terra promessa, l’American dream, il sogno che tutti, su quel gioiello inaffondabile, andavano cercando oltre oceano. Il giorno 10 dell’anno 12 alle ore 12:00; eppure non sembrano essere mai stati dei numeri sfortunati. Ma così non fu. L’RMS TITANIC, transatlantico della classe Olympic di proprietà delle White Star Line, costruito a Belfast, salpò in queste ore dalle coste della Gran Bretagna carico di uomini, donne e bambini, in piena epoca d’emigrazione verso il nuovo mondo.

Diverse le classi a bordo; i ricchi sui ponti alti, ben serviti e ben accuditi, gli altri, i cosiddetti meno abbienti, nel profondo della stiva, nel cuore metallico del gigante dei mari. Questa è in assoluto una delle vicende più tristi e sciagurate del novecento, citata e riproposta negli anni avvenire all’inverosimile dal grande schermo e dai mass media di tutti i continenti. Oltre 2200 tra viaggiatori ed equipaggio in quell’immenso “vascello”, 40 circa i nostri connazionali, gran parte provenienti dal nord Italia. Quattro le sole notti di viaggio fino al grande schianto con la montagna di ghiaccio, la notte tra il 14 e il 15 aprile. Perirono oltre 1500 e per i restanti naufraghi, soccorsi solo dopo quattro ore dal piroscafo Carpathia, un ricordo che resterà indelebile.

Incredibile e a dir poco commovente la storia di una delle pochissime superstiti, per noi, ancor più emozionante visto che era Toscana (lucchese) e che portava in grembo una bella creatura. Si tratta di Argene Genovesi sposata con Sebastiano Del Carlo, coniugi uniti nella vita e con tanta voglia di un futuro migliore. “Tu sali sulla scialuppa, io torno più tardi”, (…)”Vai tranquilla, presto ci rivedremo”; queste le parole dell’uomo alla moglie. Peccato che però di Sebastiano non si seppe più nulla e la piccola imbarcazione di Argene e della sua bimba si allontanò, nel buio della notte. La madre, dopo due mesi vissuti a New York in un convento di suore, decise di tornare in patria e, il 14 novembre, alla nascita di quella piccola anima che portava dentro di se già in quella notte funesta, pensò bene di battezzarla con un nome piuttosto emblematico; “Salvata”. La signora Salvata De Carlo è stata una delle ultime (in ordine cronologico) a lasciare la vita terrena tra quei tanti passeggeri a bordo del Titanic.

Dalle sue parole, il ricordo della madre, timido e riservato, e dalle pagine de “Il Tirreno”, ce lo ripropongono in alcuni stralci; significativi, strazianti e sicuramente indimenticabili: «Ho vissuto tutta la tragedia inconsciamente nel grembo materno - racconta la donna - e solo quando sono stata più grande mia madre cominciò a raccontarmi la storia d'amore con il papà e la sua morte nel naufragio. Una vicenda felice, finché la tragedia del transatlantico non la spezzò». «La mamma non mi ha mai detto in che parte degli Stati Uniti vivesse il babbo - racconta la signora Salvata - e che tipo di mestiere facesse. Ma sicuramente faceva un lavoro ben retribuito perché in dieci anni tornò in Italia ben cinque volte. E nel suo penultimo viaggio venne apposta ad Altopascio per sposarsi con mia madre». Un giorno le spedì questi versi: "Cartolina mia, vai nell'Italia, quando da Argene arriverai un bacio per me le porterai"». “Sarà una cosa bellissima. Ho prenotato una cabina in prima classe, così Argene, che è incinta, starà più comoda". Ma la nonna non era così ottimista, quasi presagisse il pericolo». «Mamma ha sempre voluto parlare poco del viaggio, per non riaprire la dolorosa piaga del naufragio, ma ogni tanto si lasciava sfuggire qualche breve racconto. Era una nave bellissima, mi diceva: a bordo la gente era felice. Nei saloni si svolgevano grandi feste da ballo, a cui però mia madre non partecipava perché a causa della gravidanza stava sempre in cabina”.

Salvata, accompagnata dai suoi ricordi, muore ad Altopascio nel 2008, all’età di 96 anni.