Calabresi: l’uomo, il poliziotto, il martire

Milano, 17 maggio 1972 ore 9,15 del mattino, via Francesco Cherubini, si odono colpi di arma da fuoco e il panico si diffonde tra le gente. Cade a terra un uomo, è un commissario della polizia di Stato. Si chiama Luigi Calabresi. La notizia fa il giro della nazione in poche ore. Colui che come altri stava indagando sulla strage avvenuta nella filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana (12 dicembre 1969) e su molte questioni inerenti i cosiddetti “Anni di piombo”, viene assassinato per mano di un commando. Lotta Continua si dirà poi e il lungo processo porterà a delle dure condanne.

Roma, 14 novembre 1937, da padre commerciante e buona famiglia nasce Luigi, giovane dinamico e appassionato che, dopo gli studi liceali si laurea in giurisprudenza nel 1964 con una tesi sulla mafia siciliana. Quella di fare il poliziotto è una vocazione, non v’è dubbio alcuno. Non il magistrato, non l’avvocato o la carriera forense ma la decisione è inequivocabile; l’arruolamento al corpo facente capo al ministero dell’Interno. Non tanto i fatti, le persone o i dettagli, quelli storicamente hanno fatto il loro corso e sono noti un po’ a tutti, quello che ci interessa oggi più che mai è il ricordo dell’uomo, del padre di famiglia e del credente. La fede in Dio al primo posto, così come il senso di giustizia in un’Italia, quella dei difficili anni Settanta, dilaniata dalle bombe, dalle P38 e da un momento particolarmente duro. Sono i primi anni in cui la matrice rossa come quella nera cominciano il sanguinario scontro, tra loro ma soprattutto contro le istituzioni.

Il caso dell’anarchico ferroviere Giuseppe Pinelli, trattenuto per piazza Fontana e caduto dalla finestra della Questura in circostanze ancora non chiarite, mette a dura prova l’emotività di Calabresi. “Da due anni sto sotto questa tempesta e lei non può immaginare cosa ho passato e cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non so come potrei resistere...”; questo confessò a Giampaolo Pansa. È un’epoca difficile per il nostro Paese.

Oggi, quando si parla di terrorismo, tra i più giovani, la mente va subito alle Torri Gemelle, alla questione mediorientale o al califfato, ma in tempi non sospetti e neanche tanto remoti la strategia del terrore era presente anche nello Stivale. C’era il rosso, il nero, gli anarchici e mentre al sud Cosa nostra dettava le regole del gioco, nella Capitale, così come a Torino o Milano le squadre della morte, le bande armate, colpivano uomini dello Stato; politici ma soprattutto funzionari delle forze dell’ordine.

Tra questi, uno dei più attivi e operativi a cadere a terra è proprio lui, il romano trasferitosi a Milano, l’investigatore più scrupoloso, il commissario capo poi divenuto vicecapo dell’ufficio politico. Un mix che negli anni a seguire si aggiungerà alle organizzazioni criminali della Magliana a Roma, della Comasina in Lombardia e del Brenta nel Triveneto. Uno dei primi a lasciarci la vita è stato proprio lui che, come sostenuto da Giampaolo Pansa ed Enzo Tortora, non era soltanto un uomo leale e coraggioso, un servitore modello, ma anche un profondo cristiano, devoto e credente. Tant’è che Monsignor Camillo Ruini avvia il processo di Beatificazione, poi passato a Dionigi Tettamanzi. I due Papi Paolo VI e Karol Wojtyla lo considerano “servo di Dio” e lo Stato per tramite della Presidenza della Repubblica (Carlo Azeglio Ciampi) lo insignisce, il 12 maggio del 2004, della medaglia d’oro al merito civile, con la presente dicitura: “Fatto oggetto di ignobile campagna denigratoria, mentre si recava sul posto di lavoro veniva barbaramente trucidato con colpi d’arma da fuoco esplosigli contro in un vile e proditorio attentato. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere. 17 maggio 1972 – Milano”.

Molte, disparate e controverse le teorie, le ipotesi e perfino le accuse, durante questi 43 anni dalla sua morte. Le calunnie e le infamie dall’una come dall’altra parte non hanno risparmiato nessuno, neanche lui. Ma crediamo sia giusto oggi rispettare l’uomo, che in quella tragica mattina lasciò la moglie Gemma e i figli Mario, Paolo e Luigi, ma soprattutto il poliziotto e il martire a cui va grande onore ed assoluto rispetto. È inutile oramai parlare di mandanti, esecutori o quant’altro. Tanta di acqua ne è passata sotto i ponti e, giunti a questo punto, troviamo sia opportuno ricordare Calabresi, unitamente a tutte le altre vittime di matrice trasversale che nei decenni scorsi hanno insanguinato il suolo italico. Una preghiera dunque a Luigi, oggi più che mai!