Patrimonio Unesco, l’Italia sempre prima

Al fine di intraprendere una crociata in nome della bellezza l’Unesco nel 1972 approvò la “Convenzione del patrimonio mondiale” volta alla tutela dei siti culturali e alla salvaguardia della natura. In particolare la Convenzione, cui ad oggi hanno aderito 190 Stati, prevede un organismo denominato Comitato per il patrimonio dell’umanità, incaricato di individuare annualmente quei siti nel mondo che abbiano un eccezionale e indiscusso valore artistico, storico e naturalistico. Quest’anno il Comitato si è riunito a Cracovia e oltre all’iscrizione della città di Hebron che ha suscitato numerose polemiche per un’attribuzione territoriale non accettata da Israele, ha individuato ulteriori sei luoghi da aggiungere alla speciale lista che ora raggiunge il numero di ben 1073 beni distribuiti in 167 Paesi nel mondo.

L’Italia in quest’ultima sessione ha potuto aggiungere due nuovi siti – le mura veneziane di Palmanova, Bergamo e Peschiera del Garda nonché le antiche faggete sparse sul territorio per circa duemila ettari – che le consentono di mantenere il primato di 53 siti, seguita dalla Cina con 52 e dalla Spagna con 46.

Bisogna però evidenziare che nel nostro Paese, detentore del 60 per cento dei beni culturali di tutto il pianeta, molti beni iscritti come unitari contemplano interi centri storici – Roma, Firenze, Napoli, Venezia ecc. - che vanno a loro volta parcellizzati in migliaia di altri singoli beni patrimonio dell’umanità.

Cosa significa entrare a far parte di questa ambita lista? La risposta si trova nella Convenzione che impone agli Stati in cui è situato il patrimonio culturale di istituire sul proprio territorio adeguati servizi di protezione, conservazione e protezione dello stesso nonché sviluppare studi e ricerche scientifiche per perfezionare i metodi di intervento volti a far fronte ai pericoli che minacciano un bene.

Con la ratifica della Convenzione gli Stati membri, oltre a sottoscrivere l’onere di ottemperare agli obblighi interni, si impegnano ad unire gli sforzi per soccorrere altre Parti in difficoltà. Il principio ispiratore va fatto risalire ad un avvenimento che suscitò la presa di coscienza della comunità internazionale: la costruzione della diga di Assuan in Egitto  che avrebbe comportato l’inondazione della vallata nella quale sorgevano i templi di Abu Simbel. Venne attuato, pertanto, ad opera dell’Unesco un piano internazionale di tutela e i templi furono smontati e rimontati in aree asciutte con spese a carico di una cinquantina di paesi spinti da spirito di solidarietà e responsabilità condivisa al fine di salvaguardare patrimoni culturali di immensa importanza.

In questa ottica recentemente il governo italiano ha sottoscritto con l’Unesco un accordo che sancisce la nascita di una task force tutta italiana, denominata “Unit for Heritage” (#Unite4Heritage), pronta ad intervenire nelle aree di crisi per la tutela del patrimonio culturale.

La forza, composta da carabinieri specializzati, storici dell’arte, studiosi e restauratori, definiti “Caschi blu della cultura”, potrà intervenire su richiesta di uno Stato membro in situazione di post-conflitto o colpito da catastrofe naturale al fine di fornire assistenza tecnica, assistere restauratori locali e contrastare il saccheggio e il traffico delle opere d’arte.

Ovviamente non sorgono solo doveri in carico ai Paesi detentori dei beni selezionati per la speciale tutela: l’appartenenza al Patrimonio Unesco comporta più interesse del pubblico nei confronti del sito e dei valori che tramanda ingenerando maggiore attrazione turistica. Le attività correlate devono però essere adeguatamente pianificate e organizzate nel rispetto dei principi di un turismo sostenibile anche per non incorrere in procedure di infrazione che nei casi più critici possono condurre alla cancellazione del bene dalla lista.