Arte e cultura: il petrolio dell’Italia

La cultura millenaria fa dell’Italia il suo biglietto da visita, la sua carta d’identità. La sua ricchezza artistica e culturale è percepibile a occhio nudo e questa è la ragione per cui viene definita con espressioni quali “Belpaese”, “la culla dell’arte”, “museo diffuso”. Appellativi, fra l’altro, riconosciuti anche da importanti organismi istituzionali come l’Unesco che considera l’Italia patrimonio mondiale dell’Umanità.

Con i suoi oltre 3400 musei, circa 2100 aree e parchi archeologici e 49 siti Unesco (Nota 9 - Istat, rapporto BES - Benessere Equo Sostenibile, 2014), l’Italia possiede una preziosa risorsa economica, paragonabile al petrolio dei Paesi arabi. Tuttavia, questo immenso patrimonio è ampiamente sottoutilizzato. Diamo poco valore ai nostri tesori e, di conseguenza non sfruttiamo, economicamente parlando, tutto il nostro potenziale. Ancora una volta sono le cifre a parlare.

Con la cultura si mangia… eccome! “La gente non mangia cultura” ci siamo sentiti ripetere più volte, anche da qualche esponente del governo. Eppure all’estero con la cultura ci mangiano eccome! Pur avendo un patrimonio e una ricchezza culturale di molto inferiore a quella italiana, Nazioni europee come la Germania e la Francia hanno dimostrato di sapere gestire con più efficacia le proprie bellezze. Risultato? Ingenti somme di denaro nelle casse dello Stato. Anche gli americani non scherzano, mettono un marchio alle loro bellezze e passano all’incasso. Gli Stati Uniti con la metà dei nostri siti culturali hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano, mentre il ritorno economico culturale della Francia e del Regno Unito è tra 4 e 7 volte quello italiano.

Un esempio eclatante della sottoutilizzazione economica del nostro patrimonio culturale ci viene offerto dal quotidiano Il Giornale. Secondo quanto riporta Antonio Leo Tarasco nel suo articolo (Nota 10 - Il Giornale, articolo di Antonio Leo Tarasco, “Il Louvre? Rende più di tutti i nostri musei”, 2010), il solo museo del Louvre, in Francia, copre i ricavi totali percepiti dai nostri musei. Nel 2004, il ricavo proveniente dal merchandising prodotto da tutti gli istituti statali italiani della cultura ha superato di poco i 20 milioni di euro. Una cifra ampiamente inferiore al volume d’affari delle istituzioni culturali straniere. In particolare, essa corrisponde al fatturato prodotto dal solo Museo del Louvre di Parigi, ed è addirittura inferiore a quello della Tate Gallery e National Gallery inglesi che hanno incassato 22 milioni di euro. Infine, corrisponde al 30 per cento dei ricavi ottenuti dal Metropolitan Museum di New York che di milioni ne ha fatturati ben 68.

Questi dati smentiscono il luogo comune, fra l’altro esclusivamente nostrano, secondo il quale il settore della cultura è statico e improduttivo. E anche se le politiche di austerity hanno costretto vari Governi ad effettuare tagli, la Germania si è guardata bene dallo stringere i rubinetti su formazione e ricerca. In Italia, invece, la scure fiscale si è abbattuta soprattutto sull’ambito della cultura e della ricerca. Una realtà che assume i contorni del paradosso se si considera che lo Stato in questione è l’Italia, universalmente riconosciuta come il Paese che possiede il più ricco e variegato patrimonio artistico-culturale. I nostri politici continuano a sottovalutare, se non addirittura ad “ignorare”, l’indotto economico che la cultura può produrre.

A questo proposito vi ripropongo il bellissimo e accorato appello di Andrea Carandini, Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali, pubblicato dal Corriere della Sera qualche anno fa.

“Il patrimonio culturale italiano, accumulato in tre millenni densi quanto i milioni d’anni dell’evoluzione, va disgregandosi… In quale condizione lasceremo questi beni al globo, noi che siamo stati il gioiello dell’universo? I crolli cadenzati a Pompei misurano lo stato della conservazione, mentre a Ercolano fino ad ora sono mancati, perché la manutenzione lì è stata garantita, seppure da un cittadino britannico munifico... Serve dappertutto una manutenzione normale e parca, al posto di vistosi e costosi restauri. Oggi il ministero dispone per questo compito un terzo dei fondi che riuscirebbe a spendere in un anno (500 milioni circa). Se un indiano o un cinese vuole capire i caratteri dell’Occidente - utili per intendere l’Asia per contrasto - deve visitare la nostra patria. Ma quando vi atterra poco capisce della nostra storia, perché il pochissimo che spieghiamo è tarato ancora sulla borghesia storica, ormai nel sottosuolo. Bastano i gloriosi volumi del Touring Club, ottocenteschi “Baedekers” in italiano? Non converrebbe un limitato finanziamento annuale dello Stato per fare degnamente figurare la Penisola su Internet? Non è venuto il momento di studiare il contributo dei privati alla gestione del patrimonio pubblico immobile al fine utilizzarlo per conservarlo e comunicarlo? Soltanto il patrimonio culturale sfugge alla micidiale concorrenza mondiale…”. (Nota 11 - Corriere della Sera, articolo di Andrea Carandini, Restituire competitività alla cultura, 13 gennaio 2012) 

Per una nazione come l’Italia non investire sulla cultura è un danno economico. A chi contesta che dobbiamo risolvere problemi più seri, dovremmo rispondere che proprio la cultura potrebbe fornire una forte spinta all’economia italiana.