C’era una volta in Gallura

Quella della Costa Smeralda è un’epopea simile a quella della mafia ebraica e irlandese e italoamericana raccontata nel capolavoro di Sergio Leone: amicizie, tradimenti, rimpianti. E non sono mancati neanche omicidi e sequestri di persona. A metà luglio di sei anni fa moriva l’avvocato sassarese Paolo Riccardi, interfaccia e uomo simbolo per tutti i sardi del sogno-epopea dell’Aga Khan in Costa Smeralda.

E proprio in questi giorni è uscita la seconda edizione su Kindle (quelle cartacee dal 2012 in poi erano già state cinque o sei) di un libro che narra tutta la storia di quel pezzo di Gallura trasformato dal principe Karim all’inizio degli anni Sessanta nel più famoso “topos” turistico del mondo. Partendo da un pezzo di isola senza acqua né strade, senza porto e aeroporto, in pochi anni si è arrivati all’odierno sviluppo turistico. Meta di comuni mortali (purché abbastanza ricchi) come di teste coronate.

“Alla corte dell’Aga Khan” (Delfino editore) poteva anche intitolarsi “C’era una volta in Gallura”. Infatti rappresenta una sorta di epica di un pezzo di Sardegna selvaggio, addomesticato e lottizzato da un uomo geniale, come l’imam pakistano degli ismailiti (ai suoi fedeli vietò sempre di possedere terreni in loco), con storie, amicizie, defezioni e tradimenti degni del film di Leone sulla mafia ebraica ai tempi del proibizionismo tratto dal libro del misterioso ex gangster pentito Harry Grey (“The hoods”).

Lo sviluppo turistico della Costa Smeralda fu una scommessa, una corsa contro il tempo, con la politica sarda dell’epoca che credeva ancora al polo industriale di Rovelli e della sua Sir o a quello di Porto Torres. Nei primi anni Sessanta, meglio, alla fine dei Cinquanta, le memorie dell’avvocato Paolo Riccardi, che del principe Karim fu il braccio destro, anzi sinistro, visto che il destro più propriamente fu l’altro avvocato, il francese André Ardoin, scomparso nel 2016, iniziano dalla rivalità tra il gruppo politico dell’ex Presidente della Repubblica Antonio Segni, uno dei principali sponsor dello sviluppo in Gallura, e quello dei giovani turchi di Francesco Cossiga, allora emergente uomo della Dc sarda, contrario alle speculazioni edilizie.

Erano tempi in cui un problema epocale come portare l’acqua alla Gallura con la diga del Liscia si risolvevano in poche settimane, talvolta in giorni. Il Paese era comandato dalla politica e dalle conoscenze giuste, e ancora non c’era la tirannia dei magistrati sulle opere pubbliche e i pranzi di lavoro continui di cui racconta Riccardi non venivano inquadrati sotto la categoria dello spirito del reato di “traffico di influenze”.

Riccardi, peraltro, un omone di due metri e un gran tombeur de femmes, anche se attaccatissimo alla moglie e alla famiglia, giura e spergiura in più parti del libro che mai una tangente girò per facilitare le incombenze burocratiche che più volte rischiarono di bloccare tutto. E infatti, quando dopo il 1982 si dimise dalle cariche apicali nel Consorzio Costa Smeralda, vennero al pettine i nodi con la burocrazia che poco dopo rifiutò all’Aga Khan il famigerato Master Plan, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto trasformare tutta la Gallura nel divertimentificio permanente dei turisti ricchi di mezzo mondo e nella fonte di reddito perpetua dei sardi.

Compresi quelli che nei primi anni sessanta divennero pastori milionari e in taluni casi anche miliardari vendendo terreni fino a quel momento praticamente di nessun valore. Lo stop al Master Plan fu anche la fine dell’epopea del principe Karim in Costa Smeralda: vendette tutto e oggi quasi tutto il suo ex dominio è finito al Qatar. Nemesi per un islamico sufi che aborriva il terrorismo, gli estremisti (“mutatarrifuna”, in arabo) e qualsiasi concezione cosiddetta radicale dell’Islam. La leggenda del colpo di fulmine professionale tra Riccardi e l’Aga Khan narra di un problema che nessuno riusciva a risolvere da mesi e che l’autore del libro di memorie (uscito postumo) riuscì invece a dirimere nell’arco di una giornata.

Prima dell’Aga Khan, in realtà, già un personaggio folkloristico della nobiltà ispanica, Rafael Neville, conte di Berlanga e del Duero, aveva sognato la propria spiaggia in Gallura trovandola poi in quello che oggi porta il suo nome: Porto Rafael. Questi visionari dell’epoca vennero consorziati poi dall’Aga Khan nel proprio progetto che iniziò a prendere forma dopo l’acquisto di centinaia di ettari appartenenti alle prime famiglie che quasi colonizzarono quel pezzo della Sardegna del Nord: gli Orecchioni, gli Azara, gli Avellino che venivano da Ponza e altri ancora. Un misto di nobiltà e di proprietà popolari che furono l’essenza stessa di quei primordi. E nel libro si racconta non solo il gossip ma anche le faide, tra architetti del calibro di Busiri Vici, Vietti, Couelle (padre e figlio) che costituivano il comitato urbanistico del progetto. Così come vengono rievocate le tragiche stagioni dei primi sequestri di persona, da quello dell’industriale Concato che mai più tornò a casa, a quello del piccolo Farouk Kassam.

Una favola triste di tanti amici ed ex tali che fecero la storia della Costa Smeralda come era e come poteva essere prima dell’avvento del turismo di massa. C’era una volta in Gallura, appunto.