Il petrolio d’Italia

Ci pensò anche il compianto Pietro Garinei, quando con una felice intuizione chiese il Galoppatoio di Villa Borghese per mettere in scena il primo allestimento - targato Premiata Ditta Garinei & Giovannini - del musical “Vacanze Romane”, ma gli fu purtroppo risposto picche da amministratori del territorio poco lungimiranti. E quello che è successo quest’anno con il “pasticciaccio brutto” di Divo Nerone non fa certo ben sperare che in futuro le nostre città possano offrire spettacoli “residenti” capaci di promuovere in parallelo anche un turismo di spettacolo. Quando si progetta un viaggio a New York o a Londra infatti, una capatina a Broadway e nel West End è quasi d’obbligo anche per chi, nel proprio Paese d’origine, a teatro non ci va mai. Da noi invece la cosa non ha mai realmente preso piede.

Del resto anche pensando solo a chi viene nel Bel paese in visita, proporre, come ha fatto Milano durante l’Expo, uno spettacolo che di italiano aveva poco o niente (quello commissionato al Cirque du Soleil), o titoli che un turista in visita può tranquillamente vedere in versione originale e non ridotta a casa propria (come Priscilla, musical proposto al Teatro Manzoni in versione “minimal”) altro non era che un disastro annunciato, commercialmente e dal punto di vista imprenditoriale.

Così, quando cominciarono a circolare le prime voci su uno spettacolo kolossal che raccontava la Roma imperiale in una location storica, con nomi eccellenti nel team creativo (da Gino Landi come regista a premi Oscar del calibro di Dante Ferretti, Gabriella Pescucci, il maestro Bacalov) e nel cast artistico (Simona Patitucci o Rosalia Misseri, giusto per citarne un paio), la speranza che questa nicchia inesplorata di spettacoli potenzialmente attrattivi nei confronti non solo del pubblico teatrale nostrano era alta. Per chi non sapesse com’è finita questa avventura imprenditoriale basta una semplice ricerca on-line per scoprirne l’esito. Una misera decina di repliche prima di un curioso fermo alle rappresentazioni dovuto chissà-forse-pare a permessi non richiesti; un botteghino che piangeva miseria con poche centinaia di biglietti venduti a sera; artisti, creativi, fornitori non pagati per mesi e sul piede di guerra per vedere sacrosantamente riconosciuti i propri diritti; un palcoscenico definito pomposamente “ecomostro” sul Palatino che dovrebbe essere smontato non si sa a spese di chi e nemmeno quando; un importante buco economico che pare ammonti a 5 milioni e la richiesta ufficiale di spiegazioni, con tanto di interrogazioni parlamentari, su come siano stati spesi il tesoretto di soldi pubblici, un ulteriore milione e cinquantamila euro, erogati per questo progetto.

Le critiche dopo la prima non erano state buone, è vero, ma quello per cui dovrebbero essere giudicati gli spettacoli, e cioè la qualità artistica, è passata ad essere questione secondaria rispetto a ciò che è diventato Divo Nerone nella percezione collettiva e, in prospettiva, per il nostro Paese: gli show residenti non funzionano.

Ma è davvero così? L’esempio contrario di “Amalfi il Musical” è esemplificativo. Ario Avecone, produttore e autore dello spettacolo, ha saputo drammatizzare in maniera intelligente la gloriosa storia che ha portato nell’839 all’indipendenza questo incantevole borgo al centro dell’omonima costiera, unendo melodie accattivanti à la Notre Dame che tanto piacciono al pubblico (un po’ Cocciante, un po’ Menken…), una scenografia affascinante e storica visto che lo show viene generalmente rappresentato all’interno dell’Arsenale medievale cittadino, e operazioni di marketing mirato per i turisti in visita nella splendida repubblica marinara tanto che il risultato parla da sé: oltre 400 repliche in sei anni dove fa praticamente sempre il tutto esaurito ogni sera, una platea entusiasta che segue la vicenda di cappa e spada con vero trasporto, canta e si emoziona e poi torna a rivederlo anche più volte e consiglia gli amici di fare lo stesso per passare una serata diversa rispetto al tradizionale e banale struscio con gelato dopo la spiaggia.

La nostra Storia, il nostro territorio sono il nostro petrolio. Vengono da tutto il mondo per goderne. Bisogna però saper scegliere con cura e lungimiranza a chi affidarne l’estrazione e lo sfruttamento. Milano, Firenze, Venezia, ma anche borghi minori come per l’appunto insegna l’esempio di Amalfi, sono potenzialmente miniere di storie, basterebbe saperle raccontare e mettere in scena con cura, rispetto (verso il pubblico, verso i professionisti che prestano la propria opera allo spettacolo, e verso l’arte in generale), competenza e mestiere, tutte caratteristiche indispensabili per poter essere un produttore affidabile. Capace di capire il genius loci di un luogo e legarlo ad un certo tipo di spettacolo, così che questo binomio possa attirare pubblico pagante (le tragedie classiche rappresentate nei teatri greci in Sicilia per esempio o, per restare in tema regionale, il musical Pipino il breve di Tony Cucchiara, che dal 1978 ciclicamente ripropone con grande successo con attori in carne ed ossa la tradizione del teatro dei Pupi). Stephen Sondheim, uno dei più grandi autori contemporanei di teatro musicale ha scritto in una canzone “The art of making art is putting it together”. Mettere insieme arte e imprenditoria è la vera scommessa, ed il nostro petrolio è sempre lì. Speriamo che… “l’incendio ai pozzi” di Divo Nerone non ne pregiudichi l’estrazione.