Al Teatro Eliseo “Finale di partita”

Che disastro è “quella cosa”, ovvero la Vita! Questo e molto altro sentirete ripetere sfogliando il dramma beckettiano, “Finale di partita”, in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 15 ottobre, per la direzione di Andrea Baracco, con Glauco Mauri nella parte del protagonista Hamm e Roberto Sturno in quella di Clov. Spettacolo per raffinati intenditori, si potrebbe dire. Quindi, come redigere un breviario sintetico, una sorta di piccolo manuale per la sopravvivenza, a beneficio di un pubblico di area vasta? Facciamo così: immaginate un elastico vincolato (per esempio con le mani) alle due estremità. Se voi rimuovete alternativamente in modo periodico uno dei due vincoli, avrete l’idea dell’identico movimento che fanno Hamm e Clov, ora allontanandosi, ora avvicinandosi l’uno all’altro, mentre entrambi i movimenti centripedi e centrifughi sono tenuti assieme da dialoghi sincopati e a-narrativi. Il discorso verte sulla solipsia, sul vuoto interiore, saturo di dispercezioni progressive, per cui il surreale è il reale.

Perché ciò risalti, tutto intorno deve essere silenzio, costante e paradigma di un mondo inanimato, l’unico che dà sicurezza nell’aspettativa della morte. Il climax paranoideo è avvalorato dai gesti ripetuti, semicatatonici: la scala che si apre e si chiude; il binocolo che si sfodera e rinfodera per visioni sempre uguali e vuote, una sveglia che veglia. Un Hamm cieco, prepotente e paralitico, deposto su di una monumentale sedia a rotelle di legno, in attesa dell’inevitabile fine. Un Clov, automa, schiavo e posseduto, che obbedisce a ogni suo capriccio e sogna la sua personale fine, che però è libertà dall’Altro, il suo dominus. Poi, l’allegoria dei buoni sentimenti senza ricordi. L’immagine ricorrente di un bambino amato e perduto, ovvero la parte migliore di Hamm. Una coppia di genitori che affiorano dalla mente come sepolti nei due enormi cassonetti che Clov sfila e rinfila parossisticamente nella parete, in cui sono contenuti i loro corpi nudi con le gambe mozzate fino al ginocchio. Perché, come ci dice Beckett, ognuno di noi soffre di amputazioni, di parti mancanti: Hamm della vista, del cuore e delle gambe, mentre anche il suo cane ha solo tre zampe e Clov non ha sedere, perché riesce a stare solo in piedi con le gambe che gli fanno malissimo.

Hamm nutre i suoi ricordi con confetti e biscotti, perché siano ricompensa al padre defunto e detestato costringendolo per fame ad ascoltare i suoi racconti senza capo né coda. Hamm, che ha la sensazione dello spostamento verso destra o verso sinistra, quando invece è solo un’oscillazione del suo baricentro. E tutto è deforme nella sua visione, come un sistema di coordinate cartesiane degenerate in punto solo che rende per ciò stesso la misura dello spazio e del tempo assolutamente insignificante e utopico. Protagonista invisibile è l’elastico e la materia di cui è fatto: l’amicizia tra Dominus e servitore costretti a stare assieme da un legante che mai si spezza, allungandosi o accorciandosi in guisa degli umori, dell’ira e della pietas dell’uno verso l’altro, devastati entrambi da una solitudine sconfinata, segnati, marchiati da un’auto-segregazione in cubi con alte finestre che si aprono sul terribile vuoto dell’angoscia esistenziale. Hamm che non riesce ad amare nemmeno sua madre, impossibilitato a concederle la luce dell’affetto perfino in vecchiaia facendola morire al buio.

Beckett è così, se volete. Prendere o lasciare.

(*) Foto di Manuela Giusto