“L’altra metà della storia”

Partiamo dalla fine. Un uomo, il protagonista Tony Webster (Jim Broadbent), tranquillo pensionato londinese che gestisce un piccolo atelier artigianale per la riparazione di costosissime e rare macchine fotografiche Laika, apre al postino di quartiere e lo invita, dopo molti anni di indifferenza, a entrare e prendere un caffè assieme a lui. Questo gesto apparentemente normale è l’Alfa e l’Omega dello straordinario cambiamento interiore di un personaggio introverso, apparentemente inaridito e incapace di empatia. Colui che non deve mai scusarsi con nessuno, ritenendo che la vita gli abbia sottratto molto di più di quanto gli abbia dato. L’ambientazione della storia segue i declivi verdi e lussureggianti di un paesaggio inglese straordinariamente assolato e sereno, che si urbanizza gradatamente, con estrema civiltà e discrezione, nelle tranquille strade periferiche londinesi. Il tutto, descritto da una fotografia straordinaria e dalla cura ossessiva dei primi piani a schermo pieno, con i volti trattati alla van Dyck o alla Rubens. Il film, tratto dal romanzo di Julian Barnes “Il senso di una fine”, pubblicato in Italia da Einaudi, è del regista indiano di “Lunchbox”, Ritesh Batra. Nel cast stelle di primo piano, come Charlotte Rampling, Harriet Walter, Michelle Dockery, Emily Mortimer, Matthew Goode.

La storia è congegnata come una matrioska di personaggi in cui nel più piccolo è contenuto un dettaglio inquietante che penetra l’altra metà del cielo, quella che sta sotto i nostri piedi. Capita così di girare attorno a un meridiano, anziché al solito parallelo che ci obbliga a un moto di rivoluzione attorno alla nostra solitudine e alle sue false convinzioni. Basta una semplice lettera per cavalcare la freccia del tempo passato dei bei tempi spensierati del college, dei legami adolescenziali più forti e resistenti del carapace di una tartaruga, con la loro testa rugosa piena di secoli e di memorie stratificate. Lì si snoda la sequenza di un dramma lungo una vita e, guarda caso, frainteso, vissuto come una ferita subita quando, in realtà, essa era stata inferta mortalmente da noi a qualcun altro. Noi, autori di una profezia auto avverante, smaniosi di vendetta e di rancore. Noi, che abbiamo tutto quanto l’anima e il corpo ormai parco pretende, ma non ce ne accorgiamo. Come ci accade nel caso di quella nostra unica figlia al nono mese, che seguiamo nella preparazione preparto, ma da cui ci separa la mancata complicità della convivenza, imbibiti come siamo della nostra sdegnosa solitudine.

Ma la vita, quella che sta per nascere, e la nostra che sta tramontando, ha albe luminosissime che ci vengono da un volto lontano, una volta tanto amato, ma anche da colei che abbiamo lasciato per stanchezza e noia, mai attenti a quella che era la sua di stanchezza, poiché ci siamo macerati soltanto nella nostra. Noi tutti, in fondo, soffriamo di un sottile piacere autolesionista, lama sottile e affilata di un chirurgo interno che ci sfigura ogni giorno che passa. La generosità, ci tocca scoprire, non è un seme che qualcuno o qualcosa può condurre dentro di te da fuori, non mette radici per talea. Solo osservando con un microscopio a scansione la pelle un po’ rugosa della donna che hai scelto un giorno di sposare, o andando a fondo di quello levigato e irenico di tua figlia che ha appena partorito, solo allora ti potrai accorgere dove sta da sempre la verità: quella che prima non vedevi e ora ti possiede per intero. Le parole possono uccidere. Solo le opere positive ti salvano.