Noam Chomsky è uno dei maggiori studiosi di linguistica e un lucido pensatore del nostro tempo. Recentemente è approdato in libreria un suo saggio, stimolante e molto profondo, sul potere, la politica e l’economia negli Usa e nel mondo contemporaneo, segnato dal processo epocale della globalizzazione. Il libro è intitolato “Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano” ed è edito dalla casa editrice Ponte alle Grazie. Chomsky in questo saggio propone un’interpretazione molto lucida volta a comprendere la fine del sogno americano e la crisi innegabile delle democrazie occidentali, insidiate dal populismo dilagante. Negli Usa, e questa è una tendenza che si registra in tutti i Paesi del mondo occidentale, i super ricchi, una minoranza, rappresentano l’aristocrazia del denaro, mentre le moltitudini sprofondano nell’indigenza e i ceti medi si impoveriscono in modo inarrestabile. Nel 1776 Adam Smith nel suo saggio “La ricchezza delle nazioni” sosteneva che gli architetti della politica erano, agli albori della società industrializzata, i mercanti e manifattori. All’Assemblea Costituente di Filadelfia, dopo la Rivoluzione americana, James Madison riteneva che l’interesse fondamentale di una società risiedeva nella necessità di difendere la minoranza degli opulenti, dediti al bene comune, dalla maggioranza degli indigenti. Questa visione di Madison era precapitalistica e basata sull’idea che vi fosse un ceto illuminato a cui affidare il governo della società.

Diversamente, Thomas Jefferson, in contrasto con la visione elitaria del potere politico privilegiata da Madison, sosteneva che il popolo fosse il depositario del processo decisionale in un sistema democratico. Chomsky richiama nella sua analisi un celebre passo della “Politica” di Aristotele, il quale pensava che nella Città-Stato, ad Atene, il compito precipuo dei governanti dovesse essere quello di ridurre le diseguaglianze e distribuire la ricchezza tra i cittadini mediante un sistema simile allo Stato sociale, nato in Occidente nella seconda parte del Novecento.

Nel 1975 la Commissione Trilaterale, che rappresentava l’Europa, il Giappone e gli Usa, le aree del capitalismo, pur avendo un orientamento liberale, lamentava i rischi legati al processo della democratizzazione della società. I giovani, dopo la contestazione, in nome dei diritti civili diventarono troppo liberi e indipendenti, maturando un pensiero critico verso il sistema occidentale. In questo periodo storico si impose il concetto di antiamericano, con cui veniva tacciato chiunque osasse avanzare critiche fondate contro il sistema economico e politico.

Questo concetto di antiamericanismo, ricorda Chomsky, ha un’intonazione autoritaria e totalitaria e non è mai stato messo in discussione negli Usa, segno che la cultura politica è in questo Paese elitaria. Infatti, fu dopo la contestazione che in Occidente si diffuse lo spirito della protesta e lo stimolo a denunciare e correggere le ingiustizie. Chomsky, nel suo libro, evoca ciò che accadde nel Secondo dopoguerra, quando le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale diedero vita al sistema di Bretton Woods, per effetto del quale le valute erano agganciate al dollaro, mentre quest’ultimo era ancorato all’oro. In questo periodo storico, l’economia degli Usa era ancora fondata sulla produzione industriale. Con l’avvento della globalizzazione e l’idea che il mercato debba governare la società si è verificato un mutamento nella economia mondiale radicale e profondo: è nato il sistema finanziario, che ha mutato il ruolo e la funzione dell’impresa, e si è prodotto il fenomeno della delocalizzazione produttiva.

Per questa ragione, i sistemi di libero scambio nell’economia mondiale non sono affatto liberi e la dimensione commerciale è concepita in modo da mettere in competizione i lavoratori di tutto il mondo: l’operaio degli Usa con quello sfruttato in Cina. Questo cambiamento ha prodotto una diminuzione del reddito della classe lavoratrice e la crisi del ceto medio. In più, a causa della finanziarizzazione e della delocalizzazione delle imprese, si è avuto un processo che ha condotto alla concentrazione della ricchezza e del conseguente potere politico in poche mani: la cosiddetta aristocrazia del denaro. Smith, nel suo testo fondamentale, “Teoria dei sentimenti morali”, basava la sua visione dell’economia sull’idea e il principio che la simpatia e la compassione siano una caratteristica dell’essere umano. Sicché, ogni persona è incline ad occuparsi del prossimo e a garantire la giustizia sociale nella società.

Per l’aristocrazia del denaro, che secondo Chomsky domina il mondo nel nostro tempo, la simpatia e la compassione rappresentano sentimenti che devono essere estirpati dall’animo umano. Poiché il mercato governa la società, ognuno deve, egoisticamente, pensare al proprio interesse personale. Questo libro è fondamentale per capire come funziona il mondo politico ed economico al tempo della globalizzazione.