La donna così come è per davvero nel mondo arabo-islamico. La sua condizione, sicuramente più dura di quella di tante donne del mondo occidentale (comprese le attrici che si ricordano delle molestie sessuali, vere o presunte, subite trent’anni dopo dicendo di non avere parlato per paura), viene raccontata in maniera delicata e significativa in almeno tre dei tanti film in gara al “Medfilm Festival”, che anche quest’anno dà grande prova di sé qui a Roma. Più precisamente la rassegna è iniziata venerdì 10 e durerà fino a sabato 18 novembre presso il Cinema Savoy e presso il Macro, il Museo d’arte contemporanea di Roma.

Il film che ha aperto la rassegna racconta una storia vera. Che ha per oggetto i tabù che ossessionano le donne e gli uomini nella Tunisia del dopo rivoluzione dei gelsomini. Nell’imperdibile “Beauty and the Dogs”, cioè “La bella e le bestie”, i cani, ndr) di Kaouther Ben Hania, la condizione femminile è incarnata da una ragazza che cerca disperatamente di denunciare alla polizia locale una violenza sessuale subita da parte di alcuni loro colleghi, come si diceva una storia vera di alcuni anni orsono. Finita con pesanti condanne di personale interno alla polizia tunisina.

Ma nella rassegna trovano posto anche i fantasmi della guerra civile in Algeria che tornano a galla proprio quando sono le donne a subirne le conseguenze dirette o indirette come accade in “Until the Birds Return” di Karim Messaoui. Un’opera notevole nell’approccio quasi metaforico della realtà nuda e cruda. Qui sono varie storie che si intrecciano: un padre separato che non riesce a essere coraggioso ne col figlio della prima moglie e neanche con la sua seconda donna. O un ex fidanzato che porta la sua ex amata all’incontro con il promesso sposo insieme alla di lei sorella e al padre che ha ostacolato il loro rapporto promettendo la figlia al rampollo di un ricco possidente. E poi c’è un dottore stimato che vede riaffiorare dal passato della guerra civile il fantasma di una donna stuprata all’epoca dall’esercito algerino con lui, giovane ufficiale medico, testimone muto e terrorizzato. La donna lo cerca anni dopo non per ricattarlo come lui pensa in un primo momento bensì chiedendogli per pietà di riconoscere il figlio disabile nato dallo stupro. E lui che sta, per pura coincidenza, anche per sposarsi, sembra volere accettare, Specie non appena vede il figlio della donna, nato autistico, che senza un cognome paterno non potrebbe sopravvivere nella arcaica società algerina. Il leitmotiv di questo tipo di film , lenti ma precisi nella loro semiologia, quasi commoventi nei particolari adottati dalla regia, è semplice: nessuno sfugge al proprio destino. Non le donne ma nemmeno gli uomini.

Il terzo film affronta la questione femminile partendo dai problemi dei palestinesi e della Palestina. Il tutto in una pellicola che ha per io narrante la consegna di inviti di matrimonio a tutta la popolazione cristiana di Nazareth . Pretesto per una sorta di “on the road” tra padre e figlio, cioè paradossalmente tra nuova e vecchia concezione della patria palestinese. Sempre al netto di un’ormai annacquata retorica anti israeliana. In “Wajib”, che significa in arabo “necessario”, “obbligatorio”, di Annemarie Jacir, il padre che è rimasto a Nazareth rappresenta la nuova convivenza con Israele da parte di un professionista giusto e ambizioso che si è rotto le palle di correre dietro alle idee dei terroristi e di chi li finanzia. E pensa solo ai “cazzi propri”. E a ciò che è necessario se non obbligatorio fare per mettere su un matrimonio che si rispetti e che dia rispetto. Il figlio invece. Emigrato in Italia, e che in Palestina sembra non avere alcuna intenzione di tornare nonostante i nostalgismi familiari del genitore, coltiva ancora un trito idealismo patriottico. Ad esempio detesta il superiore del padre. Che è israeliano, un amico di famiglia da anni, ma che lui etichetta come “jusus” spione, cioè l’uomo che terrebbe sotto controllo la sua famiglia e la cittadina intera. Semplicemente mantenendo buoni rapporti con tutti. Perché non tutti i palestinesi sono guerriglieri. La maggior parte è gente comune. E quindi se poi un israeliano diventa amico di qualcuno vuol dire che in realtà lo controlla. Nella mente ideologizzata dei giovani. Ma questo, spiega il padre nella lite di repertorio con il figlio, è il modo di pensare anni Settanta, quello dei nostalgici dell’Olp marxleninista. Cioè soprattutto i cristiani e i comunisti, ormai separati ideologicamente e territorialmente dai terroristi islamici di Gaza che sono parte del circuito “Daesh”. Il padre e il figlio vivono quindi queste realtà palestinesi separate. E esasperate nel conflitto dal fatto che già la moglie del vecchio e madre del giovane se ne era scappata in America anni prima lasciando il padre e i due figli. A gestire la propria esistenza come meglio credevano.

Poi in questo “Father and son” (https://www.youtube.com/watch?v=yERildSsWxM) alla Cat Stevens o Yusuf Islam che dir si voglia, entra ovviamente la sorella che si deve sposare (per questo loro visitano tutta Nazareth consegnando inviti di matrimonio). Il vecchio genitore che prepara il matrimonio tradizionale e cristiano per la figlia non può sopportare non solo le male lingue che ancora si danno di gomito raccontando come lei, attesa per il matrimonio, se ne era fuggita via con un altro in America, ma neanche i commenti su questo figliol prodigo mezzo fricchettone che ha scelto di vivere in Italia con un’altra palestinese. Guarda caso figlia di uno dei dirigenti Olp in esilio della vecchia guardia filo-sovietica. Un film veramente bello in cui la condizione femminile, leitmotiv di tutto il Medfilmfest (anche quest’anno officiato da Ginella Vocca e promosso dall’ufficio stampa Spizzichino, Reggi e Dutto) si mette in luce in maniera apparentemente indiretta. E addirittura evocativa come nel caso di questa madre che genialmente nella pellicola non si vede mai.

Tre film uno più bello dell’altro, insomma. E sono solo il primo assaggio di questo festival del cinema mediterraneo che nel novembre 2017 sembra poter segnare forse la più bella edizione da quando è nato più di ventitré anni orsono.

(*) Medfilm Festival