L’omonimo film di Francesca Archibugi (che sarà nelle sale dal 23 novembre) narra di una storia di amore tra giovanissimi e dei sensi di colpa di adulti con passioni extraconiugali. Tra gli interpreti, Claudio Bisio e un umanissimo Cochi Ponzoni nella parte del suocero. Il film descrive il quotidiano di un gruppo (maschile) di giovanissimi liceali choosy, figli prediletti e irresponsabili della medio-alta borghesia milanese con le sue case ultramoderne, le ville a picco sul mare con vigneti da vendemmiare, e vero odio sociale per la severità di certi professori che intendono, nonostante tutto, fare il proprio lavoro premiando i più meritevoli. Le inquadrature ricorrenti dopo la scuola vedono i giovani protagonisti sciamare per la città in sella alle biciclette, oppure sballarsi in festini con alcool e birra, o impilarsi come un mucchio selvaggio nella stanza da single di Tito, il giovane protagonista in co-affido a un padre succube e permissivo, conduttore di un talk-show nazionalpopolare di grande successo il quale non parla da anni con l’ex moglie. È l’adulto, poi, a sobbarcarsi l’onere di accogliere il figlio e i suoi amici, fare la spesa per sei e poi ripulire e riordinare le stanze lasciate allo stato brado dal branco.

Per la regista Archibugi “Gli Sdraiati” è una “storia tra tante”, senza nessun fine politico-sociologico: Michele Serra nel libro omonimo parla di una lettera privata del padre e il film fa lo stesso, occupandosi di un figlio unico racchiuso in una bolla a due e ne rende più rapida la narrazione facendo emergere ciò che c’è di patologico. Tuttavia, se pur osservato da un’angolatura particolare, emerge ugualmente lo scontro intergenerazionale in cui è raffigurato anche in maniera spietata il nostro attuale, desolante mondo senza ideali e idealità, perfettamente condiviso dalle generazioni di padri e di figli. Perdenti e masochisti gli uni, che sanno solo fare concessioni in educazione e denaro; sadici e respingenti gli altri, teneri a volte che, però, non hanno il coraggio di uscire di casa e prendere in carico la loro vita, come fecero moltissimi che avevano vent’anni nel 1968. Perché con ogni probabilità il loro destino è scontato: andranno all’università, magari o di preferenza all’estero e, una volta laureati, i genitori agiati provvederanno a sistemarli, assicurando loro un bel posto al sole.

I grandi protagonisti sono i cellulari, che compaiono in ogni momento topico: all’interno di momenti di intimità tra due giovanissimi, che fanno l’amore come adulti, ma che non si guardano negli occhi quando debbono dirsi le cose che sentimentalmente contano; sei smartphone che suonano all’unisono all’uscita da scuola come un occhio virtuale a distanza per calmare l’ansia di madri e padri ipervigilanti ed eternamente angosciati. Chiamate al cellulare, poi, che rimangono senza risposta per ore, mostrando un certo sadismo dei figli verso i genitori: una sorta di protesta senza interlocuzione, certamente punitiva e tale da esasperare e amplificare il senso di abbandono, di colpa e di solitudine degli adulti. Ai quali per incapacità e vigliaccheria non resta che abbondare in aiuti economici e materiali ai figli, perché non sanno più spiegarsi né educarli al gusto della dialettica, che faccia capire loro come le immense libertà e il grande benessere di cui godiamo non sono un fatto scontato, bensì il portato di millenni di battaglie generazionali tra potere-cittadini e padri-figli.