Le arzille “Sorelle Materassi” al Quirino

Qual è il risultato della somma simbolica tra “Sorelle” e “Materassi”? Un dramma-farsa né serio né leggero, stando al romanzo omonimo di Aldo Palazzeschi e all’illuminata riduzione teatrale, attualmente in scena al Teatro Quirino di Roma, fino al 3 dicembre, per la regia di Geppy Gleijeses, con interpreti d’eccezione Milena Vukotic (Carolina), Lucia Poli (Teresa), Marilù Prati (Giselda) nelle parti rispettive delle tre sorelle e di Sandra Garuglieri (Niobe), in quella della fedelissima domestica di casa.

L’atto unico è ambientato in una scenografia praticamente perfetta, che illustra una grande sala con al centro un bel tavolo da lavoro per le sartine di prima classe Teresa e Carolina, i cui costumi di scena si adattano perfettamente all’ambiente complessivo, che ha sullo sfondo un’imponente ramificazione alla Mondrian prima maniera (v. “Albero Grigio” del 1912), di una nerissima arborescenza gigantesca fitta di rami intrecciati tra di loro. Dal punto di vista “transferale” che in psicanalisi riguarda il rapporto tra personaggio-paziente e analista, si vive il profondo disagio del non detto di una molestia sessuale, mai esplicita ma conclamata nella sua sostanza, attuata da Remo (un brillante Gabriele Anagni), un nipote lenone che sfrutta senza ritegno e limiti di coscienza la passione senile che le due zie Teresa e Carolina provano per lui.

Il ruolo di voce della verità e velenosa coscienza, che non cade nella trappola del nipote, è affidato alla terza e più giovane delle sorelle, Giselda, ripudiata dal marito, buona conoscitrice di uomini e dell’animo maschile. Lei che per sopravvivere ha accettato l’ospitalità delle sorelle, sdebitandosi come factotum nelle faccende domestiche e nell’amministrazione della casa. Niobe, invece, è la vera regista del rapporto tra il nipote e le due zie: già ragazza madre fatta abortire a suon di percosse dal suo uomo, non serba alcun rancore per la violenza subita. Diversamente da Giselda, accoglie con affetto quel nipote dissennato e ne giustifica, con amore, tutti i comportamenti da gaudente e nullafacente scapestrato. Lui, che circuisce e indebita le due donne costringendole con la forza a firmare cambiali, terrorizzando così Teresa e Carolina, che ebbero a subire da giovani gli stessi soprusi all’interno della loro famiglia d’origine, a causa di un padre violento che aveva sperperato in debiti di gioco l’intero patrimonio familiare, gettando la famiglia sul lastrico e lasciandola in balia dei creditori.

Nondimeno, nella parte più profonda delle complesse relazioni tra senilità e gioventù c’è molto altro, come la relazione sadomaso tra zie e nipote, con le prime che vedono chiaramente la loro rovina ma non sanno resistere alle smancerie del loro ragazzo, più idolo alla Rodolfo Valentino che figlio adottivo. In cambio, godono dell’entusiasmo e del capriccio giovanile, come la gita a Firenze per un divertimento serale sulla macchina di lusso che Remo ha appena acquistato a loro spese. Idem, quando vestite da caste spose partecipano al matrimonio di Remo, con una ricca americana, in contrasto con la mise lussuriosa della giovane e ricchissima moglie di lui. Nello sfondo, l’ipocrisia puritana di Teresa, che nega qualsiasi pulsione sessuale al contrario di Carolina. Cosa che, invece, si ribalta letteralmente quando quest’ultima sogna l’incontro con il Papa, assieme a Teresa. Anche qui, complimenti per gli effetti scenografici! Davvero profondo ed emozionante. Da non mancare.

(*) Per info e biglietti: Teatro Quirino