Margaret Thatcher è stata una dei più grandi statisti del Novecento e, dopo Winston Churchill, la più eminente leader del Partito conservatore inglese. La rivoluzione thatcheriana le è valsa l’attribuzione del termine thatcherismo, che sta a indicare il piglio decisionista, le dottrine economiche monetariste e neoliberiste basate sui tagli alla spesa pubblica e alle tasse.

Non mancò nella sua leadership anche una certa dose di populismo: appariva come una del popolo, la massaia figlia del droghiere, una figura estranea alle consuetudini della politica politicante inglese che si appellava direttamente all’opinione pubblica.

L’Inghilterra di fine anni Settanta era definito il malato d’Europa, attraversava un progressivo declassamento del proprio prestigio e ruolo internazionale, la produttività era la più bassa d’Europa: i sindacati spadroneggiavano nella vita del Paese, con il potere esagerato di condizionare e tenere in scacco i governi, fossero di matrice laburista oppure conservatrice.

In 11 anni di Governo Thatcher il Regno Unito sarebbe diventato la locomotiva d’Europa: rivoluzionò il Paese diffondendo il verbo dell’efficienza e della competitività nel segno di un liberismo moderno, che propugnava il ridimensionamento del peso dello stato nell’economia e nella società, a favore di un ruolo più attivo dell’individuo. Il libro di Riccardo Lucarelli edito da Historica e frutto di un importante convegno che l’associazione Rete Liberale svolse a Roma nel 2014 vuole indagare le tesi che la porteranno ad essere denominata la “Lady di Ferro”.

Contributi al volume son arrivati da autorevoli esponenti del mondo liberale italiano tra cui il professor Antonio Martino che ha elaborato la postfazione al testo esponendo in modo chiaro e inequivocabile come la baronessa abbia segnato una inversione di rotta non solo nel governo della Gran Bretagna, ma soprattutto nella cultura dell’Occidente che stava rischiando in quel momento di avere una deriva progressista. Dichiara Martino: “Le idee che erano alla base della sua rivoluzione esistevano già prima, ma l’elemento chiave che le concretizzò è la personalità di Margaret Thatcher: fedele ai principi e incapace di scendere a compromessi. La Thatcher deve il suo successo soprattutto alla rivoluzione intellettuale nel campo economico e alla sua leadership, grazie alla quale sconfisse gli interessi costituiti e i luoghi comuni, traghettando il suo Paese in una direzione nuova”.

Non meno importante è stata la sua visione di lungo periodo. In una lettera al Times del 6 agosto 1980, arrivò a predire: ”La Cina diventerà capitalista. La Russia sovietica non sopravvivrà alla fine del secolo. Il Partito laburista per come lo conosciamo non governerà più. Il socialismo è un dettaglio senza importanza”.

All’epoca, questa posizione era considerata ridicola, un bizzarro esempio di arguzia britannica. Dieci anni dopo è apparsa profetica, se non ovvia. La Thatcher era anche questo, statista in grado di guardare oltre, con ottimismo al futuro. Una dote che non tutti hanno. Credeva nel diritto dell’uomo libero di poter forgiare il proprio destino, e nella capacità delle nazioni libere di resistere e sconfiggere qualsiasi tipo di tirannia e ingiustizia. Quelli erano giusti valori, ora come allora. Lei è stata la donna giusta al momento giusto.

La sua maggiore eredità sta nell’aver mostrato che le politiche incentrate sull’individuo, sul mercato, sulla libertà e sul lungo periodo sono non soltanto attuabili , ma auspicabili. Da fiera avversaria della Rivoluzione francese, lei nemica del giacobinismo ed emula di Burke, ci ha spiegato – quasi giusnaturalisticamente – come la libertà si fondi sul diritto ad essere diseguali. Da lunedì 8 aprile 2013 Margaret Hilda Benson, nata Roberts, vedova Thatcher, baronessa di Kesteven appartiene, a buon diritto, alla storia, nel novero dei più grandi statisti del XX Secolo.