La gastronomia come scienza? Un saggio del giovane Croce

Dal prossimo settembre prenderà l’abbrivio presso l’Università del Gusto di Pollenzo la neonata laurea triennale in Scienze e culture gastronomiche. Tale fulgida novità nell’empireo accademico del Bel Paese rende ancora più preziosa la lettura de “La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte” di Benedetto Croce, recentemente riproposta da Adelphi Edizioni.

Certo, il popperiano principio di falsificabilità come criterio per distinguere una teoria scientifica da una che non lo è era ancora di là da venire ma già la memoria che Croce lesse all’Accademia Pontaniana nel marzo 1893 offre elementi di riflessione circa le gemmazioni dell’ateneo di Slow Food.

“Chi voglia dare alla funzione scientifica un significato preciso, si accorderà con coloro che distinguono la scienza dalla conoscenza in genere, dicendo che la prima cerca sempre il generale, e lavora per concetti. Dove non c’è formazione di concetti, non c’è scienza” (p. 27). A Ernst Bernheim che affermava come la storia fosse “la scienza dello svolgimento degli uomini nella loro attività di esseri sociali”, Croce obiettava che “la storia non è la scienza dello svolgimento; non ci dice in che consista lo svolgimento; la storia espone ossia racconta i fatti dello svolgimento” (p. 28). Piuttosto, Croce concordava con Schopenhauer che la storia possa indagare solo individui e avvenimenti determinati senza potere da questo esame dedurre leggi generali (“la storia s’occupa dei fatti individuali e concreti; e, certo, mette in relazione i particolari coll’insieme; ma con questo non acquista carattere scientifico; altro è l’insieme ed altro il generale, obietto proprio della scienza”, p. 29).

Se aveva ragione Croce (e a fortiori Popper), la storia (come forse gran parte delle cosiddette scienze umane e sociali) non è dunque una scienza. Con questo intendiamo svilire la storia o la gastronomia? Nient’affatto. Siamo anzi convinti con Croce che “quando si nega alla storia il carattere scientifico, bisogna guardarsi dall’accompagnare a quest’affermazione un giudizio di dispregio verso la storia [...]. La storia non è scienza [...] ma con questo non si vuol dire che non sia una cosa molto importante, e che non bisogni continuare a farla come s’è fatta finora, e insegnarla nelle scuole, e darle il posto, che le si dà, nella vita spirituale moderna” (p. 31).

Aggiungiamo solo che se la categoria della scienza la estendiamo a tal punto da farvi rientrare oggetti così disparati che vanno dalla gastronomia alla fisica, quella categoria perde ogni capacità euristica, non identifica più nulla e si rivela merce taroccata, contraffatta, nient’altro che moneta falsa.