“L’ultima ragazza” (Mondatori 2017) è il racconto autobiografico di Nadia Murad che narra il genocidio dell’Isis nei confronti degli yazidi iracheni, considerati eretici dal loro Islam radicale e, per questo, puniti con la morte. Pace e Guerra. Più l’una che l’altra per moltissime persone nel mondo che, spesso, si trovano a nascere e vivere in un clima permanente di conflitto, di persecuzione etnico-religiosa e migrazioni forzate in regioni limitrofe o verso l’Europa. E, molto spesso, sono i Paesi confinanti, testimoni e vittime secondarie di queste tragedie epocali, non di rado in serie difficoltà economiche, a dover sostenere l’impatto maggiore di una disperazione senza più argini e affetti, in cui intere famiglie subiscono decimazioni, rapimenti, stupri di massa e diaspore radicali rispetto ai loro primigenei insediamenti territoriali. Addirittura, come accade alla protagonista, l’intera comunità yazida di Kocho nel Sinjar, povera, tollerante e pacifica viene letteralmente sradicata dalla sua “culla” plurisecolare nel cuore di un Paese arabo, l’Iraq, una volta rispettoso delle tradizioni religiose delle sue comunità.

Dopo l’Isis, Kocho è solo rovine umane e materiali. Chi non è stato trucidato e sepolto nelle fosse comuni, ha subito l’onta della deportazione nelle roccaforti islamiche di Iraq e Siria sotto il controllo del Califfato Nero, per essere ridotto in totale schiavitù sessuale e domestica. Poiché l’Isis predica e attua l’applicazione letterale della Sharia in cui si legittima la persecuzione e l’eliminazione fisica degli infedeli eretici (compresi gli sciiti e, appunto, gli yazidi), così nel caso di Murad, a seguito del rifiuto di convertirsi all’Islam, la sua comunità viene letteralmente azzerata, con l’uccisione di tutti i maschi in età postpuberale, nonché delle donne più anziane che non avevano nessun valore sul mercato delle schiave. I figli piccoli (che diverranno i “leoncini” dell’Isis, impiegati come kamikaze e capaci di uccidere anche i loro parenti e genitori!) vengono così separati dalle madri e dalle sorelle maggiori, che sono acquistate, vendute o regalate come semplici oggetti d’uso.

Una volta prigioniere, le yazide vengono impietosamente sfruttate come schiave sessuali o nella servitù domestica senza diritti di alcun genere, passando in totale arbitrio da un miliziano all’altro, con punizioni terribili in caso di tentativo di fuga. Murad racconta il suo terribile trauma adolescenziale, costretta con la violenza ad abbandonare il suo piccolo paradiso terrestre, fatto di dignitosa povertà e dei piccoli piaceri della vita quotidiana, come la pratica religiosa; l’accudimento domestico; le riunioni con familiari e amici; le notti di sonno collettivo sulle terrazze per sfuggire al caldo; l’arrivo dal 2003 degli americani; il sogno di libertà e poi l’assedio infame dei miliziani dell’Isis. Terribile e sconvolgente è il racconto del suo calvario di schiava: la strage di parenti e amici; il ferimento grave di due fratelli; la morte della madre e la scomparsa delle sorelle; la sporcizia, il sudiciume dei corpi senza igiene personale e il vomito irrefrenabile prima e dopo gli abusi. Un fiume ininterrotto di sangue, torture, maltrattamenti di persone come lei ridotte a semplici cose. Poi, la fuga grazie a una famiglia sunnita che rischia la vita per portarla in salvo; il campo profughi; i tir di riso avariato delle Ong, servito alla mensa dei profughi e tanto, ma tanto altro orrore per non dimenticare.