Un grande Lavia ne “Il Padre” di Strindberg

Da dove origina il vento? Quello della follia, in particolare? Forse, da una parola, da un dubbio fatto scivolare come un aspide nel talamo coniugale. Al Quirino va in scena “Il Padre” di August Strindberg, per la regia e l’interpretazione (magistrale) di Gabriele Lavia. Due grandi porte a lato del palcoscenico che sembrano disegnate dal vento della buona e della cattiva sorte; un mobilio di uno studio-soggiorno ottocentesco con le gambe semiamputate, per cui tutto sembra già andato in rovina, adagiato su un panneggio rosso acceso pregno di follia fobica. Ma nulla di ciò che sembra è la verità. Così il Capitano, il drammatico protagonista, che ha sacrificato carriera e successo per stare vicino alla sua famiglia, comprese l’anzianissima tata e la suocera conviventi, si vede spinto amorevolmente sul ciglio dell’abisso che sarà lui stesso a varcare, mettendo il piede nel vuoto totale degli affetti, esistiti sono nella speranza del suo immaginario. L’uomo in divisa, temuto e rispettato sul campo e in caserma dai suoi sottoposti e superiori, subisce l’onta estrema per quelli della sua razza: il Disonore. E quest’ultimo nasce come un parto pilotato, dopo una lunga gestazione da parte di Laura, sua moglie, in cui il protagonista scopre che il ruolo del maschio non è nulla, pura rappresentazione di impotenza, cioè, di fronte a quello della donna che partorisce e dà continuità alla vita e alla specie.

Sì, perché la creatura che viene dal ventre materno è di appartenenza certa per colei che l’ha partorita, mentre quel figlio o figlia è cosa incerta per il padre sempre insicuro del frutto della sua procreazione. Almeno fino a ieri, nel racconto dei secoli che hanno preceduto questo XXI. Oggi, la magia e il responso risolutivo dell'Elica non lasciano più dubbio alcuno e, quindi, nessuna tragedia può essere costruita con o contro quel dubbio atroce! Ma qui, lo strapotere universale ed escatologico del femmineo si tramuta in monstrum, nella sua versione Mantide, che usa riproduttivamente il maschio per poi cestinarlo come un guscio vuoto e forato, dove il flusso dei sentimenti muliebri scivola tutto all’esterno, non lasciando nelle vene prosciugate della sua vittima alcun nutrimento viscerale che non sia veleno. Ma, per non perdere i vantaggi del benessere e dell’eredità, occorre progettare con grande accuratezza il delitto perfetto, quello inoculato dal germe del dubbio sulla paternità, che vedrà il Capitano divenire un albero senza corteccia, dove chiunque può incidere geroglifici nella sua essenza viva. E lui, il tronco malato di sfiducia in se stesso, intuisce tutto della mano che lo sta per uccidere.

L’identità del sicario è li davanti a lui da una vita intera: sua moglie, torre inespugnabile di perfidia, nata da Atena che regna nell’Odissea, di cui Lavia scopre i passaggi che parlano dell’incertezza sulla paternità, ribadita dalla Bibbia degli avi. Poi, il funerale del protagonista ancora vivo, con la discesa sul palco di un immenso velo rosso funebre, che rappresenta le pareti del suo abisso e ne ospita i resti mortali in fondo al canyon, con tutti i famigli schierati attorno a lui come di fronte a un capezzale d’ospedale, per spiarne l’agonia. La morte del Padre, ieri come oggi, è il più grande disastro di questa umanità dolente che ha perduto la sua Regola: è Lui che viene ucciso freudianamente, divorato da un femmineo che, come un immenso ventre, raccoglie in sé senza più discriminarlo il Bene e il Male del relativismo mondiale, per cui tutto ha pari dignità, senza più differenziazione tra cosa sia Giusto e Ingiusto: muore così il discrimine statuito dal Padre, fin dalle origini.