Convinti che la “Settima arte” vada trattata con i guanti bianchi, abbiamo deciso di rivolgerci ai migliori in questo campo. Per questi motivi “L’Opinione delle Libertà” ha iniziato da quest’anno un rapporto di collaborazione con “MYmovies.it”, sito ultra specializzato da anni in recensioni cinematografiche ma non solo. Certi di offrire un servizio in più ai nostri lettori, cinefili e non, impreziosito dai commenti e dalla critica del team di MYmovies.it, vi auguriamo una buona lettura. Anzi, una buona visione!

Il 27 agosto 1979 Fabrizio De André e la sua compagna, la cantante Dori Ghezzi, vengono sequestrati nella loro tenuta agricola nei pressi di Tempio Pausania, in Sardegna. Verranno liberati quasi quattro mesi dopo. Da quel fatto si innesca un lungo flashback che racconta l’adolescenza e l’età adulta del cantautore, tra incontri, folgorazioni, vita privata e attività musicale, fino a tornare al rapimento e chiudersi sul matrimonio tra i due, nel 1989.

Comprimere la biografia di De André (1940-1999) nella misura di un lungometraggio (o miniserie in due puntate che dir si voglia, che uscirà nelle sale il 23 e 24 gennaio, poi in prima tv RAI il 13 e 14 febbraio) è impresa da far tremare le vene e i polsi: per l’enorme seguito, per non dire culto, che lo circonda, il fascino che emana dai suoi testi e dalla voce, l’appropriazione, l’interpretazione e la portata politica della sua opera anticonformista.

Ciononostante il film si prende il rischio di riassumerne formazione, esordi dei primi anni ‘60 e affermazione, fino alla preproduzione di “Le nuvole” (1990). Proprio dal booklet di quell’album arriva il titolo, principe libero, citazione del pirata inglese settecentesco Samuel Bellamy, riflesso dell’ossimoro di nascita borghese e idee anarchico pacifiste.

Supportata e supervisionata da Dori Ghezzi, la sceneggiatura di Giordano Meacci e Francesca Serafini (con la collaborazione del regista Luca Facchini), raggiunge un’accurata e accorata sintesi tra la sfida di restituire la complessità dell’uomo e dell’opera e le esigenze narrative della committenza televisiva. Già autori insieme a Claudio Caligari dello script di Non essere cattivo, da quest’ultimo diretto, Meacci e Serafini sono ammiratori dell’opera di De André (e autori di una raccolta di saggi, “La lingua cantata”, in occasione del quale lo conobbero). La prima evidenza positiva è che le canzoni di De André trovano ampio spazio nella narrazione e la sostengono in senso puntuale, non pretestuoso né meramente illustrativo (operazione analoga a quella della biografia Dalida di Lisa Azuelos): come nel caso in cui “La canzone dell’amore” perduto marca la fine della relazione con la moglie Puny o “Se ti tagliassero a pezzetti” sancisce la solidità dell’amore per Dori (le due donne più importanti nella vita di De André, interpretate con risolutezza da Elena Radonicich e Valentina Bellè).

Inoltre, in ossequio al titolo, il film si prende la libertà di usare anche quella musica che al momento della rappresentazione non è ancora stata scritta (come “Disamistade” durante la cattività sarda, dall’album testamento “Anime salve”, del 1996, che il film per economia lascia fuori). Scelta apprezzabile, tesa, più che a ricostruire la genesi di album fondativi di immaginari transgenerazionali, a evidenziare le ricorrenze di un percorso, restituire il sapore degli ambienti (notevole la cura di costumi e décor), le fertili contaminazioni artistiche (in primis quella con Paolo Villaggio, amico e contraltare comico, interpretato da un ottimo Gianluca Gobbi).

Non mancano i passaggi salienti (la scoperta precoce, attraverso i testi sacri, del potere laicamente salvifico delle parole, l’influenza del poeta Riccardo Mannerini e di Luigi Tenco, Mina che lancia La canzone di Marinella a Canzonissima 1968, il live con la PFM del ‘79) ma non si cade mai, come spesso accade nel biopic musicale, nella prevedibile, meccanica ricostruzione cronologica di una carriera. La formula adottata è infatti una scelta documentata di episodi esemplificativi, montati con ritmo e coerenza a un ben temperato mix di registrazioni originali e nuove incisioni di Luca Marinelli, davvero sorprendenti per sicurezza. È lui la punta di diamante di un cast molto ben scelto e diretto con misura, che non rincorre la coincidenza fisionomica. Ed è sempre lui la possibilità d’essere di un film che rinuncia all’apologia, rielabora l’amore per il suo oggetto in nuove forme e cerca la propria strada nel suo avvicinarsi antimimetico e pragmatico a un artista che è stato preso molto sul serio dal proprio pubblico.

Grazie al metodo smitizzante di Marinelli e a uno script concentrato, emerge di De André anche il lato più paradossale, goliardico, di seduttore seriale - tramite l’invenzione “mussica”, crasi di musica e del dialettale genovese “mussa”, a indicare il sesso femminile e la narrazione spaccona, insomma la pratica artistica come leva dell’attrazione erotica; ma al tempo stesso anche le insicurezze: il terrore del palco, la perenne soggezione filiale al padre, l’insoddisfazione inquieta di sé, la dipendenza da fumo e alcol, il rapporto problematico con il figlio Cristiano. Forse eccessivo il peso narrativo accordato alla figura del padre Giuseppe (Ennio Fantastichini, strepitoso “volpone”) e al sequestro, anche se comprensibilmente finalizzato a chiudere su una ricomposizione: l’aspirazione di De André a una “famiglia” sempre più ampia, che il totale sulla tavolata in Sardegna riunita per la nascita della figlia Luvi cattura in un’immagine abbastanza epocale per la fiction pubblica nostrana. Il coronamento privato della tensione di una vita a riconoscere, e riconoscersi in, un’unica comunità: quella umana, da “La ballata del Michè” a “Khorakhané”.

(*) Per tutte le altre info sul film, i numeri, le curiosità e per vedere il trailer ufficiale visitare il sito MY.movies.it