Il capolavoro di Eco nell’adattamento di Muscato

La sfida. Quella dell’arte dal vivo contro il mondo della celluloide (oggi digital), che si combattono “Il Nome della Rosa”, che andrà in scena al Teatro Argentina fino al 4 febbraio per la regia di Leo Muscato. A vincere è l’energia suprema del teatro generata da una compagnia superba che coinvolge ed emoziona. Straordinariamente efficace è anche la macchina scenica armata di originali focus sui singoli personaggi, come la povera strega adolescente e innocente che si allontana cantilenando avvolta da una colonna di fiamme. Umberto Eco (che certo non si fa rimpiangere in opere come “Il Cimitero di Praga” o “Numero Zero” farcite di sapienza eccessiva da Enciclopedie) ci parla del grido disperato del Sapere condannato alla totale, irrimediabile distruzione da chi è troppo sapiente. Così, la Mente creativa brucia come un qualsiasi altro prodigio dannato nella pira dei pregiudizi dell’Inquisizione della Chiesa di Roma. Ed è l’inaccessibilità al frutto proibito del Sapere, pur trafugato come un figlio illegittimo dal suo ventre classico, che scandisce la separazione tra la Parte Bassa e quella Alta dello scenario, dove le celle dei monaci e l’oratorio si collocano nella prima così come l’ossario e il laboratorio alchemico delle erbe officinali, sistemati nei sotterranei.

In alto, salendo attraverso due scale monumentali laterali, si accede alla torre dei segreti, dove si concentra il Sapere ironico e dissacrante con le sue miniature pericolose e proibite, in cui il mitico si fonde al mistico e i veleni delle erbe vengono concentrati nelle pagine secretate. A essere punita da un assassinio seriale e misterioso è proprio l’ingordigia della Conoscenza. E la morte passa per la Curiosità dell’uomo, concentrandosi per foliazioni successive nella sua laringe fino a raggiungere la dose mortale, perché quelle Colonne d’Ercole non vengano superate da qualunque individuo che non sia il sommo saggio Aristotele, autore del manoscritto conservato nel sancta santorum inaccessibile del labirinto. Cartesio è la figura retorica incarnata dal coltissimo frate francescano oxfordiano Guglielmo da Baskerville, che controbilancia il peccato di arroganza del Censore-Untore guardando la creazione con l’allegria del Santo di cui indossa la veste, e illuminando con la Mente razionale e deduttiva i passi incerti e confusi del suo allievo, il giovane nobile Adso da Melk (voce narrante da vecchio delle terribili storie di cui fu testimone), che si muove incerto tra il piacere carnale, che mai dimenticherà nel suo percorso di penitente, e la chiave interpretativa di un mondo che gli sfugge.

Ma, Guglielmo scoprirà che Gioventù è anche Fantasia e da lei riceverà il codice per giungere alla verità investigativa sul mandante e responsabile di cinque delitti. L’altro discorso, davvero magnificamente restituito, vede la lotta mortale tra la Parte Illuminata e quella Oscura: in quest’ultima sacro e profano si ritrovano nello stesso precipitato denso e sanguinolento delle pulsioni freudiane represse, come quelle dell’Inquisitore Bernardo Gui. Così, il convento è rifugio per i frati eretici dolciniani, coloro cioè che chiamavano i ricchi a pentirsi e scomparire dal mondo squartandoli vivi, e luogo di impurità delle pratiche proibite di copulazione, come l’accoppiamento tra religiosi o quello con donne giovani luride e cenciose, ridotte in schiavitù da una fame falcidiante che trova nella vendita del sesso l’unica fonte di sopravvivenza. Guglielmo porta la volta del cielo, osservata con rudimentali strumenti astronomici e lenti a forma di fondo di bottiglia, all’interno della Biblioteca benedettina, come atto inscindibile della conoscenza del Tutto.

(*) Per info, biglietti e prenotazioni: Teatro di Roma