L'eredità di Friedrich A. von Hayek /1

venerdì 2 febbraio 2018


Pubblichiamo il testo integrale della relazione tenuta dal Prof. Lorenzo Infantino (titolare della cattedra di Metodologia delle Scienze Sociali all'università Luiss Guido Carli di Roma) al Festival della Cultura della Libertà che si è tenuto lo scorso 28 gennaio a Piacenza. Oggi pubblichiamo la prima puntata (di quattro).

Ringrazio gli organizzatori per avere pensato a me come relatore di un tema impegnativo come l’eredità culturale di Friedrich A. von Hayek, il pensatore che nel Novecento ci ha fornito la maggiore riformulazione del pensiero liberale. Gli anni che ho trascorso all’interno del suo edificio teorico sono molti. Ma ciò non facilita il mio compito: perché sono tanti gli aspetti che dovrò escludere. Cercherò di soffermarmi su ciò che in questo momento può meglio aiutarci a dipanare il groviglio di problemi in cui si dibatte la vita economico-sociale e politica del nostro Paese.

Com’è noto, Hayek ha riconosciuto di avere avuto in Ludwig von Mises l’uomo da cui ha teoricamente appreso di più. E Mises ha legato il proprio nome soprattutto alla teoria austriaca del ciclo economico, cioè alle cause monetarie della crisi, e alla critica dell’economia pianificata. La prima questione verrà toccata più avanti, in stretta connessione con il problema della “denazionalizzazione” della moneta. Prendo avvio dal secondo punto, perché è quello da cui Hayek è partito per giungere alla maggiore delle sue acquisizioni teoriche.

Malgrado le decisive obiezioni di Mises, che comunque non è stato il primo a sottoporre a severo vaglio critico l’idea del piano unico di produzione e distribuzione, una lettura poco attenta, o addirittura superficiale, dello storico saggio di Enrico Barone su Il ministro della produzione nello Stato collettivista, aveva aperto la strada al convincimento che, soppressa la proprietà privata e soppresso il mercato, il problema del calcolo economico si sarebbe potuto risolvere tramite le equazioni dell’equilibrio economico generale. Esattamente l’opposto di quel che Barone riteneva e che, ancor prima, era stato sostenuto da Pareto.

Sull’utilizzo degli schemi dell’equilibrio economico generale come equivalente funzionale del mercato, Hayek non avuto esitazione alcuna. Ha chiaramente spiegato che il punto rilevante della questione non sta nella struttura formale del sistema di equazioni, quanto nella natura e nella quantità di «concrete informazioni che occorrerebbero per cimentarsi in una soluzione numerica». C’è qui sinteticamente anticipato quanto di lì a poco Hayek scriverà in Economics and Knowledge e poi successivamente in The Use of Knowledge in Society e in The Meaning of Competition. L’idea è che, come c’è un problema di divisione del lavoro, c’è anche un problema di divisione della conoscenza. Se possedessimo tutte le «informazioni rilevanti», se potessimo prendere avvio da un «sistema dato di preferenze», se avessimo la conoscenza «completa dei mezzi disponibili», la questione sarebbe di «natura puramente logica». Ma il «carattere particolare del problema di un ordine economico razionale discende […] dal fatto che la conoscenza delle circostanze di cui ci dobbiamo servire non esiste mai in forma concentrata o integrata, ma solamente sotto forma di frammenti dispersi di conoscenza, incompleta e spesso contraddittoria, che gli individui posseggono separatamente. Il problema economico della società non consiste quindi nella semplice questione di come allocare risorse “date” – se “date” è preso nel senso di date a una singola mente, che risolve deliberatamente il problema posto da questi “dati”. Si tratta piuttosto del problema relativo a come assicurare il migliore uso di risorse note a singoli membri della società, per fini la cui importanza relativa è nota solo a tali individui […], in breve, si tratta del problema di come utilizzare la conoscenza che, nella totalità, non è in possesso di alcuno».

Come Hayek riconoscerà, in una dimenticata pagina della Wealth of Nations, Adam Smith aveva già sollevato la questione. Aveva posto in luce l’impossibilità di centralizzare le infinite conoscenze di tempo e di luogo disperse all’interno della società (e, problema non meno rilevante, aveva anche richiamato l’attenzione sul fatto che, se in qualunque forma si fosse realizzata una centralizzazione del processo decisionale, si sarebbe costituito un potere che avrebbe impedito ogni libertà individuale di scelta). Supporre pertanto che un singolo uomo disponga della “conoscenza rilevante”, o ritenere che “tutti sappiano tutto” (come avviene nella teoria dell’equilibrio economico generale), conduce alla cancellazione di quel processo di trasmissione della conoscenza che rende possibile il co-adattamento dei piani dei singoli attori.

La mobilitazione delle conoscenze di ciascuno alimenta un gigantesco procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori, da cui dipende il soddisfacimento dei bisogni di ognuno. In tale processo, i prezzi sono come una «sorta di macchina per la registrazione dei cambiamenti o come un sistema di telecomunicazione che consente ai singoli produttori di sorvegliare solo i movimenti di pochi indicatori – come un ingegnere potrebbe sorvegliare le lancette di pochi quadranti – per adattare le proprie attività a cambiamenti di cui potrebbero non sapere mai nulla di più di quanto si riflette nel movimento dei prezzi».
Il mercato svolge quindi un compito che nessuna singola mente può svolgere. Non essendo alcuno di noi dotato di onniscienza, esso è l’unico strumento di cui disponiamo per utilizzare conoscenze altamente disperse, che non appartengono al genere che «può entrare nelle statistiche» e che pertanto non possono essere trasmesse ad alcuna «autorità centrale». Ciò significa che la «differenza fra la concorrenza economica e le migliori procedure scientifiche sta nel fatto che la prima è un metodo atto a scoprire fatti particolari, rilevanti per il perseguimento di obiettivi specifici e temporanei, mentre la scienza mira a scoprire quelli che chiamiamo “fatti generali”, cioè regolarità di eventi».

Hayek ha dichiarato che Economics and Knowledge, il saggio con cui ha per la prima volta criticato i presupposti gnoseologici della teoria dell’equilibrio economico generale, è stato l’«evento decisivo» della sua «biografia intellettuale». Si potrebbe perciò dire che è stata la questione metodologica a essere “decisiva” nel suo itinerario teorico.

(1/continua)


di Lorenzo Infantino