L'eredità di Friedrich A. von Hayek /4

Pubblichiamo il testo integrale della relazione tenuta dal Prof. Lorenzo Infantino (titolare della cattedra di Metodologia delle Scienze Sociali all'università Luiss Guido Carli di Roma) al Festival della Cultura della Libertà che si è tenuto lo scorso 28 gennaio a Piacenza. Oggi pubblichiamo la quarta e ultima puntata. Clicca qui per leggere la prima, la seconda e la terza puntata.

In un saggio scritto nella fase in cui stava originariamente riflettendo sul problema della dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo, egli ha scritto: «Ogni spiegazione delle crisi economiche deve incorporare l’assunzione che gli imprenditori hanno commesso degli errori. Ma il mero fatto che gli imprenditori commettano degli errori può difficilmente essere considerato una spiegazione delle crisi. Le erronee decisioni, che producono erroneamente perdite, appariranno probabili solo se possiamo mostrare perché tutti sono simultaneamente caduti in errori che vanno nella stessa direzione. La spiegazione che ciò sia dovuto a una specie di contagio psicologico, o che per qualunque altra ragione la più parte degli imprenditori avrebbe commesso il medesimo evitabile errore di valutazione, non convince. È più probabile che essi possano essere stati fuorviati da indicatori o eventi solitamente affidabili».

Ossia: l’«esplosione degli errori imprenditoriali» è la conseguenza degli errori commessi dagli organi preposti alla politica monetaria. Non ci sono pertanto cause psicologiche della crisi. E non ci sono ragioni psicologiche che possono creare le condizioni per uscire dalla crisi. Ciò potrebbe trovare posto nel ristretto schema utilitaristico di John Stuart Mill o nella sua piatta applicazione keynesiana, secondo cui gli «animal spirits» spingerebbero capitalisti e imprenditori al superamento delle fasi di depressione economica. La debolezza di tale spiegazione è plateale. Se gli «animal spirits» fossero davvero la forza che determina l’uscita dalla crisi, essi sarebbero anche in grado di impedire la caduta nella fase negativa del ciclo. Coloro che ricorrono agli «animal spirits» per spiegare i fenomeni economici imboccano la strada di uno psicologismo che va nella direzione opposta a quella che fin dalla loro nascita è stata percorsa dalle scienze sociali. Che ciò venga fatto da dilettanti o da uomini di poche letture è anche comprensibile. Ma costituisce pur sempre una rozza e fuorviante aggressione alla complessità dei fenomeni sociali.

È stato George A. Selgin a parlarci lo scorso anno di questi problemi. Coloro che come Selgin, come Lawrence White o il mio dotto amico José Antonio de Aguirre, stanno lavorando nella scia di Hayek sanno bene che il monopolio statale della emissione di moneta è uno dei prioritari strumenti dell’interventismo. Tale monopolio è in stridente contrasto con ciò che una società aperta deve essere. Quest’ultima è la negazione di ogni fonte privilegiata della conoscenza. L’altro è esattamente l’opposto.

Non siamo ora in grado di anticipare a quale soluzione il processo di globalizzazione ci potrà concretamente condurre. E tuttavia, congedando la seconda edizione de The Denationalization of Money, Hayek ci ha ricordato che il «principale compito del teorico dell’economia o del filosofo politico è quello di agire sulla pubblica opinione, per rendere politicamente possibile quel che oggi è politicamente impossibile». E ha aggiunto: «Di conseguenza, l’obiezione che le mie proposte sono al momento impraticabili non mi dissuade dallo svilupparle».

Concludo. Senza alcuna pretesa di completezza, ho cercato di soffermarmi su alcuni dei temi che Hayek ci ha lasciato in eredità. Possiamo trarre dal suo esempio l’incitamento a non demordere. In circostanze molto peggiori delle nostre, egli non lo ha fatto. E, malgrado tutti i rovesci, è rimasto convinto che, se anche «la prima esperienza di libertà che abbiamo vissuto nei tempi moderni dovesse rivelarsi un fallimento, ciò non sarà perché la libertà sia un ideale impraticabile, ma perché abbiamo provato nella maniera errata». D’altronde, che l’azione politica dei liberali debba fare i conti con le più svariate difficoltà è cosa ben nota. Benjamin Constant scriveva che un «destino crudele attende, in tutte le epoche, gli amici della libertà! Disprezzati, sospettati, circondati da uomini incapaci di credere nell’imparzialità, nel coraggio, nei convincimenti disinteressati». Malgrado ciò, Constant ammoniva a non vivere «lontano dagli uomini». Soprattutto, giudicava un grave errore spaventarli con i propri progetti. E qui è il caso di rammentare che, come certi intellettuali sono sovente affetti da una forma di dandismo etico, che li porta a ritenere moralmente superiore la loro posizione, alcuni studiosi liberali cadono spesso in una sorta di dandismo intellettualistico, che li spinge a credere che il livello teorico delle loro proposte sia l’unica cosa che conti. Non si pongono il problema del consenso. Ed è un errore fatale. I processi sociali sono carichi di interessi e di aspettative. Occorre pertanto essere cauti. Non bisogna mai presentare le proposte liberali come punitive. È necessario porre sempre l’accento sui vantaggi che potranno essere realizzati, mostrando tutte le contraddizioni e la “miseria” delle politiche interventistiche.

(4/fine)