Essere gay nel mondo della moda di Milano o New York anche nel 2018 non è la stessa cosa che vivere da “maricon” in Argentina in una famiglia di pastori che vivono mungendo il latte delle vacche di un proprietario terriero.

Così a Berlino, nel classico film (prodotto da Pr factory) triste e lento da premio per la mostra che tutti conoscono come “Berlinale 68”, torna di moda la cinematografia che descrive l’omosessualità come tragedia familiare. Con sensi di colpa, violenze e fantasie di emancipazione. Il regista Martin Rodriguez Redondo – ovviamente – sceglie i ritmi lenti e la cinepresa quasi immobile sui particolari di contorno di questa misera vita da contadini per introdurre la figura di “Marilyn”, cioè il nomignolo del protagonista e contemporaneamente il titolo della pellicola. In realtà Marcos, un ragazzo che si traveste da donna nelle feste di Carnevale illudendosi di non essere riconosciuto dai bulli del suo paesino che ovviamente lo trattano come la “puta” del villaggio e si fanno fare i servizietti da lui o addirittura lo violentano e lo picchiano. Il messaggio parla di tutta una sensibilità che viene “menata” e frustrata. Con la madre che, morto il marito, si prende la briga di tentare di guarire il figlio dalla propria diversità. In mezzo, la povertà estrema di una famiglia e di una comunità.

Finirà ovviamente a schifio, dopo un maldestro tentativo di introdurre nella famiglia ex patriarcale l’unico compagno di tendenze sessuali e di sventura incontrato a quelle latitudini. Un’altra “marica” che ha un piccolo negozio di rivendita alimentare sito in mezzo al nulla delle praterie argentine. Il tentativo di introdurlo in famiglia si rivelerà un disastro e il povero Marcos-Marilyn troverà naturale fare una strage della madre e del fratello, ritenendoli i responsabili della propria infelicità. Una guerra tra poveri per il diritto a una dignità omosessuale che oggi nel mondo in realtà a ben vedere è negata soprattutto nel mondo islamico piuttosto che nelle pampas argentine.

(*) Trailer ufficiale