In compagnia della tua assenza

Quando accade che l’Assenza diviene Presenza immanente, che segna ogni passo successivo nel cammino futuro di una vita ormai adulta? E com’è possibile che una cadenza, da lenta e funebre cambi improvvisamente ritmo facendosi marziale e prorompente, impregnandosi di un fine battagliero che, in realtà, è un solo un inizio?

Sembra di voler giocare con l’arte del paradosso ma, in realtà, è solo la sintesi di una lettura descirante (alla francese) che origina dall’opera prima di Colette Shammah (ed. La Nave di Teseo, 2018). Che cos’è la leggenda del pozzo, là dove finiscono le emozioni terrene annerite da un dolore insopportabile, che rende oscuro e tenebroso il mal di vivere? Come possono fascino, bellezza, dissacrazione e anticonformismo, storia di un vissuto intenso e secretato nelle incurvature del ricordo scomparire così, d’un tratto, come trascinate da un’irresistibile vortice di profondità che tocca un fondo comune ma sconosciuto a tutti i viventi? Questo e moltissimo altro è l’agonia e la morte di una madre amatissima.

Questo e molto altro è racchiuso in un racconto di vita dove non è mai chiaro che cosa ci sia scritto nelle colonne “Dare e Avere” del libro mastro degli affetti, in cui una figlia delle quattro si interroga più delle altre tre sul mistero che la lega a sua madre. Una guerra guerreggiata tra figlie e madre e tra figlie e figlie per un amore mai dato eppure tanto desiderato. Un tesoro da dividere mai trovato in vita, perché il desiderio di essere amata di ciascuna figlia speronava e feriva quello attivo dell’amare di ognuna di loro. L’oggetto “Uno” faceva fatica a divedersi per quattro. E ogni quarto si sentiva negato, deprivato, deluso, estirpato da quel ventre in cui, in realtà, avrebbe desiderato rifugiarsi per sempre. Perché nel vivere accanto a una personalità dal femmineo materno così ingombrante, eppure indispensabile come il nutrimento stesso, che ne fa un essere esuberante, conquistatore e prevaricatore, si origina da noi un dio bifronte che da un lato rigetta, ma dall’altro afferra morbosamente e avidamente l’essere che ti ha generato e vorrebbe impossessarsene, soprattutto del suo spirito quando questo ha abbandonato le sue sembianze terrene.

Allora, eccola la figlia vedova inconsolabile risalire la corrente di un fiume impetuoso di emozioni di cui vede e sperimenta le rapide di colei che è stata. Lei, Sophie, recuperata attraverso le narrazioni altrui, le sue ultime flebili, frammentarie ed elusive confessioni nel fine vita. Mettendo assieme un collage complesso di testimonianze di parenti, amici e conoscenti, dando voce a fotografie e documenti ingialliti affinché riesumino dai loro pigmenti di colore invecchiato tutto ciò che è possibile intuire e interpolare, come farebbe uno statistico appassionato sapendo che qualsiasi misura su quell’insieme caotico di fatti e di gesti non sarà mai uguale alle altre. Così, la tela di Penelope prende forma staccandosi dall’ombra delle pareti di una bella casa borghese, dove si consuma l’ultimo atto dell’esistenza di una donna straordinaria ultranovantenne. Ebrea di Aleppo, inviata appena diciassettenne a Parigi nel 1938 per terminare i suoi studi liceali in un prestigioso collegio di Versailles, si ritrova da sola, a soli due anni di distanza e senza aver potuto concludere il suo baccalauréat (licenza liceale), nel suo nuovo, drammatico ruolo di “Ebrea errante”.