Un classico che non muore, “Antigone” al Teatro di Roma

Al Teatro Argentina di Roma va in scena fino al 29 marzo “Antigone” di Sofocle, per la regia di Federico Tiezzi. Com’è la morte insepolta? Un’offesa agli dei. Forse perché, all’inizio della specie, nella legge della creazione la volutamente mancata sepoltura è violazione del diritto ineludibile e incombente di Madre Terra di riavere ciò che è suo: i nostri umori; le membra e gli organi tutti; ogni atomo e particella di cui si compone una spoglia senziente. Del resto, da quando il nostro pianeta è nato, il ciclo inesauribile della vita è fondato su risorse finite e, quindi, ragionevolmente nulla può né deve andare perduto. Solo la modernità, erodendo spazi vitali, ha pensato bene di imprigionare i già viventi in urne ermetiche senza terra, o di renderle incorruttibili nei millenni, come gli egizi con le mummie dei loro faraoni. Ma Antigone e il suo sommo creatore gravitano ancora in uno spazio e tempo lontani della conservazione sacra dell’energia per cui ogni essere defunto apparteneva alla nuda terra. Solo che a questo rito ancestrale gli uomini sono andati stratificando nel tempo rituali sempre più codificati e sofisticati.

Quindi, nella Grecia di Sofocle, ai traditori non doveva essere data sepoltura e l’editto di re (Creonte, in questo caso) poteva stabilire di punire con la morte quell’esercizio della pietas “pro reo”, e non importava quale fosse stata la mano mossa a compassione. In questo caso, a essere condannata alla pena capitale è nientemeno che Antigone, nipote di Creonte e sorella di Polinice l’assediante, che aveva ucciso in battaglia l’altro suo fratello difensore di Tebe e ne era stato colpito a sua volta. Un dramma partorito da un altro dramma ancora più grande, perché tutti e quattro i fratelli e sorelle sono figli di quell’Edipo re che aveva sposato sua madre, macchiandosi così di un delitto che lo avrebbe portato a togliersi la vista. Quindi, tra obbedire al potere o agli dei, Antigone non esita un attimo e si inchina ai secondi. Chi la voleva far morire di fame prigioniera in una grotta subisce l’ira degli dei vendicatori, che pur avevano assegnato a Creonte la vittoria in battaglia. Ed è così che il re si ritrova la casa devastata dal lutto, per il suicidio del figlio e poi della moglie: il primo fidanzato inconsolabile di Antigone; l’altra impazzita di dolore per la perdita dell’erede maschio.

Così, metaforicamente Tiezzi imposta sul palcoscenico un ospedale obitorio, popolato di scheletri bianchi (con alcuni di essi che si affacciano dall’alto in un aggregato scultoreo che ricorda il Laocoonte), adagiati su lettighe da riconvertire per l’occasione in passerelle del dolore di Antigone, o  in altrettanti carri funebri per il trasporto delle salme che entrano ed escono dalle pareti laterali, illuminati da abbaglianti luci al neon alte e affilate, per dare all’ambiente quanto basta di surreale. I movimenti rituali sono affidati a infermieri e dottori in tunica, che manipolano compassionevolmente quei corpi senza vita ungendoli di spezie, e sostenendo con lamenti corali il loro transito nell’Ade.  Non c’è il popolo. Solo qualche riferimento agli umori della piazza che non si esprime con la rivolta solo perché appena sopravvissuta a una battaglia fratricida. Ma è chiaro che anche l’umore plurale di migliaia di anime riecheggia la censura degli dei e la conclusione del dramma è ovvia: si compie solo ciò che si può compiere. E la Morte è il Destino comune degli empi come dei giusti.

(*) Per info, prenotazioni e biglietti: Teatro di Roma