Giorgiana Masi avrebbe ora avuto sessant’anni e chissà avrebbe continuato a vivere nel suo Paese; sarebbe stata una mamma presente, alle prese con impegni di lavori, la spesa da fare, le confidenze dei figli; avrebbe raccontato che l’amore per la sua Italia si è sentito forte all’epoca, alla fine degli anni Settanta.

Era una giovane liceale, non ancora diciannovenne; militava in un collettivo femminista e nel Partito Radicale, quando il 12 maggio del 1977 decise di prender parte ad una manifestazione non autorizzata a cui aderirono migliaia di persone, tra studenti e lavoratori, in quel periodo di rivoluzione e di lotta, in cui si sognava di cambiare il mondo e di scrivere la storia del nostro Paese, in cui si rivendicano tanti diritti, per la libertà e per l’uguaglianza sociale. In quel giorno di primavera si stava celebrando il terzo anniversario della vittoria del referendum sul divorzio. Un evento che finì in tragedia: tra scontri e cariche della polizia, molotov e agenti in borghese infiltrati, una pallottola colpì Giorgiana all’addome mentre, tra i lacrimogeni, scappava con il suo fidanzato Gianfranco Papini nei pressi di Piazza Belli, all’incrocio tra Ponte Garibaldi e il Lungotevere. Alle 20,30, dopo circa quaranta minuti da quello sparo fatale, viene decretata la sua morte.

Francesco Cossiga era al tempo ministro dell’Interno e decise di vietare ogni manifestazione a Roma e nel Lazio fino al 31 maggio di quel 1977, con il supporto del PCI, sospendendo così la Costituzione Italiana; fu proprio il senatore a vita ad incitare e a suggerire la violenza nei confronti dei manifestanti; lo stesso, d’altronde, che il giorno dopo quella funesta giornata di fuoco, in Parlamento si congratulò con le forze dell’ordine per il “grande senso di prudenza e moderazione”. Ad oggi non ci sono colpevoli di quella tragica uccisione.

A più di quarant’anni di distanza dall’assassinio della Masi, si vuole e si deve parlare di quell’evento, di quegli anni così cupi, definiti “di piombo”, di una generazione che ha lottato per rivendicare i propri diritti. Il 16 maggio, al Teatro India di Roma, è stato forte ed emozionante vedere un pubblico di giovani assistere all’incontro “Se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio. Lamento per la morte di Giorgiana Masi”, a cura dello scrittore, attore e regista teatrale Giovanni Greco (nella foto).

L’appuntamento è stato frazionato in due parti: la prima, in cui sono intervenuti il professor Alessio Gagliardi (Università di Bologna), la giornalista e scrittrice Paola Staccioli e Valerio Strinati (Anpi); nella seconda, invece, Federico Pacifici, Aurora Simeone e Giovanni Greco hanno presentato un reading poetico in cui si è tracciata, con emotività, lucidità e franchezza, quella linea così marcata sul nostro Paese, in preda ad un momento storico infiammato da fatti di cronaca, di rivoluzione, di tensione politica tra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana.

Giorgiana era lì su quel palco, nelle voci degli attori, tra gli sguardi del pubblico. Si stava facendo conoscere perché non le hanno permesso di farlo in un futuro che sarebbe stato anche il suo; e non le è stato più concesso di vivere, al tramonto di quel 12 maggio del 1977, seppur di vita lei ne doveva avere tanta, tantissima, per scendere in piazza e gridare “libertà”.

È stata uccisa nel momento stesso in cui stava celebrando i suoi ideali; sarebbe tornata a casa accompagnata dal suo fidanzato Gianfranco Papini, avrebbe pensato a quella giornata, al suo percorso e al pericolo corso, così come al coraggio avuto. Avrebbe continuato a svegliarsi il giorno e a dormire la notte, tra i sogni di quell’età.

Il condizionale è diventato subito passato, in quell’incubo, dopo quel colpo di pistola a cui lo Stato non ha voluto dare un nome. Come lei, ci furono in quegli anni tante altre vittime di piazza, tra i quali Walter Rossi, Vincenzo Crescenzio, gli agenti di polizia Settimio Passamonti, Antonino Custro.

Le parole di Giovanni Greco evocate al Teatro India, quando recitano che “solo la poesia trascende la cronaca”, si affiancano idealmente a quelle che le compagne femministe hanno dedicato a Giorgiana Masi il giorno dopo la sua uccisione, e che restano oggi incise nella storia e in una lapide sul Ponte Garibaldi, luogo in cui è stato ritrovato il corpo senza vita della giovane ragazza:

Se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio

se tu vivessi ancora

se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio

se la mia penna fosse un’arma vincente

se la mia paura esplodesse nelle piazze

coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola

se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza

se i fiori che abbiamo regalato

alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande

della lotta di noi tutte, donne

se…

non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita

ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.