Te lo giuro sul cielo, l'ultimo romanzo di Luigi Maieron

Che cos'è la felicità? Esiste un'età giusta per provarla? Luigi Maieron, friulano doc della Carnia, musicante e autore di canzoni dà una sua particolarissima risposta nel romanzo autobiografico Te lo giuro sul cielo! Edizioni Chiarelettere 2018, con una breve ma intensa prefazione di Mauro Corona.

La Felicità è forse uno strumento, la "fisa", che hai "giurato sul cielo" di onorare per tutta la vita, o si fa riconoscere sempre a posteriori, quando il circuito venoso della disgrazia segna il palmo della tua mano, con i suoi rivi secondari che si dipartono dal ramo principale? Quelli che la Grande Megera percorre con passi mai stanchi eradicando gli affetti a te più cari, o disarcionando quelle speranze giovanili che vestivi di certezze assolute? Il romanzo narra la splendida storia di Cecilia, madre bambina sempre irrequieta, che  trova la sua lacuna rovinando a terra e perdendo la sua creatura. Per poi vedere il suo ventre di lì a poco crescere ancora, miracolosamente: il gemello vivo che resiste e nasce a dispetto della Megera e, forse, proprio per questo, per testimoniare la forza irresistibile della vita. L'animo musicale di Cecilia è il luogo dove nasce il vento che agita i mantici della sua fisarmonica fino allo sfinimento. Vino, feste, gioia; feste e vino. Tanta paesanità, avvinta in una struggente tradizione montanara con i suoi valori ancestrali perfettamente intatti, incorruttibili.

Finché, però, vecchi, anziani, adulti, ragazzi, adolescenti e bambini si parlano e si amano. Quando cioè i figli sono di tutti e cento occhi vigilano sui loro spostamenti in solitario o in piccoli gruppi. Solo in un focolare allargato una madre randagia, zingara e un po' selvaggia può lasciare nelle braccia accudenti dei propri genitori e parenti i suoi figli piccoli, dopo aver gettato alle ortiche per amore di libertà matrimoni e uomini. Perché il vento conosce bene le fessure dell'animo umano e vi si infiltra, fa arrivare richiami ed echi lontani. Perché Cecilia e la "fisa" sono una coppia di monelle, in cui la seconda è l'epidermide dell'altra che profuma di cantine e di balere improvvisate, di ogni luogo cioè dove il vento porta il bisogno di vivere, danzare, bere e cantare assieme, perché certe note sono come le piccole cavità della pietra: vitali per l'appoggio dell'alpinista che sale lungo i costoni verticali della montagna. Accade che qualcuno precipiti a valle e che altri salgano fino in cima toccando vette di virtuosismo che a pochi sono concesse. E il romanzo narra di tutti questi eroi minori, dal nonno contrabbassista, all'amico trombettista, ai maestri del mantice la cui musica permea i pori spugnosi delle pietre, lanciando testimonianze di suoni verso il paradiso e impregnando del suo spirito i ricordi indelebili delle generazioni carniche.

Il Destino, poi, sempre pronto con il suo piano inclinato a far scivolare e perdere verso il basso le certezze e i riferimenti esistenziali. Si resta orfani da bambini per le morti bianche sul cantiere, per incidenti di montagna, per l'enorme fatica del vivere quotidiano. Tutto è prezioso, l'ago e il filo per il cucito, il formaggio, il maiale, la mucca, gli animali tutti che garantiscono la sussistenza e sono riamati come persone di famiglia, con i quali si parla anche intere nottate in attesa del parto del vitellino, come si va a trovare i defunti e ci siede dinnanzi alle tombe parlando loro come se fossero in vita e potessero per davvero ascoltare le piccole narrazioni di vite stentoree, oneste e modeste, rivestite di grazia e bellezza naturale come papaveri del campo, con i cuori rossi-rossi carichi d'amore e d'affetto per amici e consanguinei. Rubizzi come le guance per le bevute cariche che azionano l'allegria, nebulizzano le disgrazie attraverso il riso, le incitazioni ai suonatori, i vezzi e i lazzi contro chi li rimbalza come una fionda, ma senza fare male. La "Felicità", dunque? Sta nei passi perduti dell'adolescenza e della prima gioventù. Come sempre. Come deve essere.