Biennale Architettura 2018: l'innovazione del Freespace

La pratica dell'architettura significa perseverare, impegnarsi, rigenerare la continuità della cultura architettonica: non hanno dubbi Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le curatrici della Biennale Architettura edizione 2018 in programma a Venezia dal 26 maggio al 25 novembre. E, proprio a partire da questa loro convinzione, le due architette hanno impostato tutte le loro scelte artistiche. A partire dall’istallazione “Conditions” dell’artista Dorte Mandrup che racconta l’eccezionale esperimento dell’Icefiord Centre in Groenlandia: un esempio pratico dell’audacia e del coraggio di costruire un edificio in uno dei luoghi naturali meno contaminanto e per questo più impervio.

Tutta l’esposizione è caratterizzata dal minimalismo britannico sobrio e geometrico di cui Farrel e McNamara sono illustri testimoni: la mostra prevede 71 progettisti ospiti e 63 padiglioni nazionali che si esercitano sul tema del Freespace, lo spazio libero condiviso, con un approccio che però vuole essere il più naturale possibile. La volontà è quella di creare un'esperienza collettiva capace di reinventare gli spazi per renderli più accoglienti e vivibili, ancora di più quando riguardano tutti. Dobbiamo prenderci cura della cultura come ci si prende cura di un giardino”, ripetono le due curatrici, rispondendo sorridenti alla stampa, sempre scortate dal presidente della Biennale Paolo Baratta che ci tiene a sottolineare il filo conduttore di questa edizione: “Occuparsi di cose che appartengono al nostro spazio e al nostro orizzonte quotidiano.

Significativa è anche la scelta di collocare in una grande sala al centro del Padiglione Centrale i lavori di 16 giovani architetti ai quali il duo Grafton (lo studio di Farrel e McNamara a Dublino) ha voluto affidare il ripensamento di altrettante architetture storiche, tra cui la celeberrima Chiesa sull'Autostrada, di Giovanni Michelucci. Lo spazio dei giovani è in continuità con quello dei maestri, Chipperfield, Caruso St John, Peter Zumthor, Cino Zucchi. Perché la continuità e le connessioni tra progetto e progetto, come da un ambiente all'altro, sono le vere caratteristiche di questa Biennale.

C'è il gioco raffinato dell'australiano John Workle (Somewhere Other) che vede l'Australia a testa in giù in fondo al mondo e con un gioco di lenti e di specchi, di pareti e trompe l'oeil spinge a pensare che i luoghi e il nostro modo di considerarli sono anche una questione di punti di vista e prospettive. E c'è il lavoro, pragmatico e poeticamente risolutivo di Laura Perretti, che nel 2015 ha vinto il progetto per la riqualificazione del famigerato serpentone di Corviale a Roma. Lei il serpentone lo riqualifica intervenendo proprio sul Freespace, lo spazio condiviso che collega appartamenti ed esistenze, ripensando a cose semplici e importanti, come il verde, gli accessi, i punti di incontro. Ed è un progetto che le due curatrici, indicandolo a Baratta, definiscono "eroico". C'è la poesia delle bianche colonne di Valerio Olgiati, che nello spazio delle Corderie si aggiungono alle colonne storiche "per acuire la consapevolezza della qualità che caratterizza questo luogo". E c'è la pragmaticità colorata dell'americano Michael Maltzan che a Los Angeles ripensa un centro commerciale introducendovi una serie di mini appartamenti per single, completi di tutto, per dare una nuova opportunità ai senza tetto. C'è la riflessione di Elisabeth Hatz (Svezia) che in una sala raccoglie disegni di architetti di ogni epoca, Sironi vicino ad Aldo Rossi, e quella di Cino Zucchi che costruisce una sfera nera con interni violetti per raccontare una prospettiva sulla Milano degli anni Cinquanta.

Poco sfoggio di tecnologie, piuttosto sogni, pensieri e interventi pratici. Perché l'architettura, ripete Baratta, "è la più politica delle arti ed è cosa che ci riguarda tutti".