Buddhismo e Cristianesimo s’incontrano al Senato

Il secondo incontro promosso dalla Fondazione Italia Giappone, “La preghiera nel Cristianesimo e nel Buddhismo di tradizione giapponese”, ha avuto luogo lunedì scorso al Senato.

L’incontro è stato aperto con i saluti del prossimo presidente dell’associazione parlamentare di amicizia tra Italia e Giappone, il senatore Pier Ferdinando Casini e del presidente della Fondazione, Umberto Vattani. Casini ha sottolineato la saggezza che accomuna sia l’insegnamento del Buddha che quello di Gesù mentre Vattani ha ricordato il primo contatto tra le due religioni, avvenuto con i primi missionari gesuiti in Giappone.

La tematica della preghiera è stata esaminata nel corso del seminario in tutti i suoi aspetti, compreso quello sociologico (con la professoressa Maria Immacolata Macioti) e psicoanalitico (con il professor Marco Innamorati). Nell’incontro sono emerse considerazioni sulle affinità tra la preghiera e la meditazione. L’esistenza delle affinità presuppone che vi possa essere una somiglianza anche dal punto di vista dei fini. Esistenza di affinità ma anche difformità. In particolare Alberto Quattrucci (segretario generale di “Uomini e religioni” della Comunità di Sant’Egidio) ha voluto mettere in evidenza la difficoltà di poter considerare la preghiera come elemento comune tra le due religioni. E la professoressa Maria Angela Falà, presidente dell’associazione “Maitreya” ha sottolineato questa contraddizione con un aneddoto assai significativo. Un missionario cristiano chiese a un monaco per cosa stesse pregando. La risposta fu: “Per nulla”. In considerazione del disappunto del missionario, il monaco aggiunse: “Comunque qui non c’è nessuno che prega”.

Questo semplice aneddoto, è un invito ad andare oltre gli aspetti puramente formali. Ad esempio, il messaggio che ci viene da Thomas Merton, monaco trappista americano fautore dell’incontro interreligioso ricordato da Pier Ernesto Irmici, moderatore del dibattito, per i cinquant’anni dalla sua morte, avvenuta nel 1968, dimostra che se si va oltre gli aspetti formali è possibile ritrovare un intento comune nella preghiera perché in entrambe le tradizioni, la preghiera è una pratica per “scendere nell’abisso del cuore per trovare il nostro essere” e, sempre Merton, “lo zen ha influenzato la visione della preghiera contemplativa”. La professoressa Falà ha inoltre ricordato che la preghiera è la religione in atto, che unisce tutti, finché l’ultimo non si libererà e la recitazione comune è la condivisione della preghiera nel senso dell’invocazione, con una forte presenza della sacralità.

Per Leonida Gianfagna, rappresentante dell’Istituto Italiano Zen Soto, la preghiera vuol dire che il “senso del mondo è fuori dal mondo”. Concetti che collimano perfettamente con la preghiera contemplativa.

Per Katsutoshi Mizumo, responsabile dell’associazione Buddhista Rissho Kosei-Kai di Roma, la preghiera è nell’azione che genera l’esistenza e non nasce dalle religioni ma da ciò che l’uomo è. Mizumo ha, inoltre, sottolineato l’importanza della compassione e la saggezza.

Per Luciano Mazzocchi, missionario saveriano, fondatore della Comunità di dialogo interreligioso “Cammino Vangelo e Zen”, la preghiera precede le religioni ed è l’anima di tutto ciò che esiste, una mano che dà e una mano che stringe: il calore che si genera tra due mani non è possesso né dell’una né dell’altra. Se non ci fossimo noi, non ci sarebbe neanche Dio ed è importante percepire che la differenza dell’altro è un valore.

Maria Francesca Corrao, rappresentante dell’Istituto Buddhista Italiano Soka Gakkai, ha sottolineato l’importanza dell’impegno individuale per costruire un nuovo umanesimo. La preghiera rappresenta una forma umana attraverso la quale si cerca di comunicare con qualcosa di più grande, mettendosi in sintonia con gli altri mediante la voce, risvegliando le innate capacità di coraggio, energia e speranza: i desideri che ci assillano vengono trasformati “trasformando il veleno in medicina”. Trovare il coraggio vuol dire scalciare le nostre paure e costruire il nostro valore.

Ancora, per Alberto Quattrucci, la preghiera rappresenta la vera anima ed essenza delle religioni. È un legare insieme perché nessuno è un’isola. Non è religioso chi decide di vivere nel proprio individualismo. La preghiera è l’esperienza umana dell’uomo religioso che distingue il sentiero religioso dall’estetica o dall’etica, per esempio. Per Sant’Agostino il modo migliore di essere vicino a Dio è essere vicini alla terra: Dio non disprezza mai chi insistentemente gli si rivolge. La preghiera viene dal cuore e difendere la dimensione profonda della vita nella nostra società materialista è vitale. La nostra società ha perso la dimensione umana perché ha perso Dio: la sfida è ritrovare Dio per ritrovare l’uomo.

Marco Innamorati, professore associato di psicologia dinamica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, ha ricordato come la psicoanalisi si sia posta in origine come una spiegazione, un’interpretazione delle religioni, di come Freud, già nel 1908, paragonasse i riti religiosi ai rituali dei nevrotici. Innamorati ha rammentato Paolo VI, che definì ufficialmente la psicoanalisi come qualcosa di cui valesse la pena riconoscere l’utilità e gli scritti di Carl Gustav Jung ed Erich Fromm al riguardo. Scriveva Jung, già nel 1930: “Chi non crede più che un Dio che conosce il dolore si muova a compassione di lui, lo consoli, lo aiuti e gli dia un senso, è un debole, cade vittima della sua debolezza e diventa nevrotico”. Ed Fromm, trent’anni dopo: “Per poter capire il singolo paziente – o addirittura ogni essere umano – occorre sapere quale sia la sua risposta al quesito dell’esistenza, ovvero, per dirla in un altro modo, quale sia la sua religione segreta, individuale…”. Sia per Jung che per Fromm la dimensione spirituale dell’essere umano era determinante e non è casuale la circostanza che ambedue abbiamo dedicato degli scritti al Buddhismo Zen. Innamorati ha concluso segnalando come la psicologia del profondo abbia cercato di recuperare progressivamente la dimensione spirituale dell’essere umano, utilizzando la tecnica meditativa dello zen e trasformandola nella cosiddetta mindfulness.

Gli italiani hanno guardato sempre con interesse e simpatia il Giappone e un numero sempre più crescente di persone è attratto dalla cultura del Paese del Sol Levante in tutte le sue espressioni, religione compresa. Il buddhismo in Italia è la terza religione, con circa duecentomila fedeli (dati del Centro Studi sulle Nuove Religioni) che, in maggioranza, seguono gli orientamenti di tradizione giapponese. Forse, anche per questo motivo il secondo incontro, organizzato lunedì scorso al Senato su iniziativa della Fondazione Italia-Giappone e grazie all’impegno del suo direttore, Umberto Donati, è andato ben oltre il successo già ottenuto in occasione del primo incontro.