L’appello di Pareto nell’Italia illiberale di fine Ottocento

Già nel Manuale d’economia politica del 1906, Vilfredo Pareto, differentemente da quanto sostenuto nel Cours d’économie politique di dieci anni prima, aveva ammesso che le politiche commerciali, rispondendo anche a finalità sociali, non potevano essere giudicate solo con il metro della razionalità economica: “lo studio dei fatti passati e presenti dimostra che la protezione è conseguita, in gran parte, mercé l’opera di coloro che ne traggono vantaggio per appropriarsi le cose altrui. Ma basta ciò per condannare, nel concreto, la protezione? No davvero; occorre badare alle altre conseguenze sociali di tale ordinamento, e decidersi solo dopo di avere compiuto tale studio”.

Ma già prima di questa sua revisione di giudizio, Pareto, fin dai primi anni novanta del XIX secolo, nel suo carteggio con l’economista francese Léon Walras aveva iniziato a disperare della capacità sua e dello sparuto cenacolo liberista di convincere la pubblica opinione italiana della dissennatezza della politica protezionista. Le lettere, però, inviate alla rivista statunitense «Liberty», animata da Benjamin R. Tucker e punto di riferimento a cavallo tra Otto e Novecento dell’individualismo anarchico, degli, insomma, “anarchici senza bombe” (neither bullet, nor ballot), lettere edite oggi per la prima volta in italiano da Liberilibri (Lignoranza e il malgoverno. Lettere a «Liberty», a cura di Alberto Mingardi, Macerata, Liberilibri, 2018, pp. 113, euro 17), ci restituiscono un Pareto in cui, come scrive nel corposo saggio introduttivo Alberto Mingardi, le corrosive «critiche nei confronti dell’esistente» non sono ancora «prive dell’ambizione di immaginare una alternativa». Pubblicate tra il 1888 e il 1891, le sei lettere intendono offrire al pubblico americano un quadro dell’Italia crispina.

Protezionismo, socialismo «borghese» o di Stato, vale a dire interventismo con il denaro pubblico a vantaggio di ristretti gruppi di pressione, fiscalismo classista e militarismo sono i tarli che minano le fondamenta su cui dovrebbe essere eretto un governo della cosa pubblica genuinamente liberale, vale a dire l’adozione di norme generali e universali e il rifiuto, di converso, di quelle particolaristiche.

Ma in quelle lettere è palpabile ancora una possibilità di salvezza: la Gran Bretagna, novella Terra Promessa, di cui Pareto addita come modello cui ispirarsi classe dirigente e società civile. L’aristocrazia inglese, perlomeno dai tempi della supremazia Whig, aveva difatti «operato, per quanto inconsciamente, a favore della causa della libertà» e i cittadini d’oltremanica, a differenza degli italiani, si sarebbero rifiutati di «pagare una tassa che non è stata votata dai suoi rappresentanti». Di più; lì «non si troverebbe un giudice che sentenzierebbe che un inglese debba pagare una tassa che non è stata sanzionata da una legge del Parlamento».

Mentre, quindi, il Regno Unito ha nell’habeas corpus un presidio invincibile della libertà personale, in Italia «i cittadini […] possono finire in galera quando e quanto piace allo Stato», i funzionari governativi possono essere perseguiti solo con il consenso dei ministri e la magistratura dipende sostanzialmente dall’esecutivo. Insomma, «l’americano o l’inglese è consapevole dei suoi diritti innanzi allo Stato, l’italiano si sente in sua balìa». Privi «di quella autentica consapevolezza dell’autogoverno che caratterizza le razze anglosassoni», i «cittadini italiani dipendono dallo Stato centrale».

Nonostante quest’affresco a tinte cupe, Pareto non rinuncia, à la Mill (ma anche à la Tucker), ad incitare a «deviazioni dalla norma», a organizzare «centri di resistenza», a rifiutarsi «di piegarsi sotto il gioco al quale tutti si sottomettono», a «rimanere a schiena dritta quando gli altri si inginocchiano». Ciò nell’immediato; che nel lungo periodo solo la consapevolezza dei sacrifici imposti alla maggior parte della popolazione dalla politica autoritaria e militar-protezionista avrebbe potuto imporre un regime di libertà. Un lavoro di lunga lena, questo, di cui avrebbero dovuto farsi carico i «veri liberali», i soli, nel nostro Paese, capaci forse di «dedicarsi a istruire le classi inferiori, dal momento che è a causa della loro ignoranza che non abbiamo un buongoverno».