Nell’immaginario del lettore, prima ancora di chi scrive di mestiere, la “brava ragazza” non connota un comportamento, ma un desiderio. Quasi sempre del maschio dominante. Dalla mitologia sono arrivate fino a noi Penelope e Nausicaa, la Medusa e la Maga Circe, Clitennestra e la bisbetica domata. Le brave ragazze di questo nuovo romanzo di Franco Palmieri (“Erano brave ragazze”, pagine 364, Leonver YCP, 2018, euro 22,90), dopo il divertissement satirico “Amore e brividi”, metafora moderna di “La bella e la bestia”, appartengono a un mondo riservato, addirittura obbligatoriamente celato al giudizio ipocrita e moralista  pacatamente diffuso e accettato tra noi.  Ma non sono sole. Accanto a loro, in una avventura di sentimenti e di tragedie, di riscatto sociale e di contrasti confusi in un Dopoguerra che ha visto dissolti tutti i valori e gli ideali di un’epoca in dissoluzione, troviamo una nuova generazione di ragazzi usciti dal fascismo senza convinzione e senza alternative. Dalla caduta di Mussolini, in una Roma di bande, di borsari neri, di donne di vita e di trafugamenti proditori, arriviamo alla Roma del boom economico, dove non trovano più spazio nemmeno gli ideali sbagliati.

La resistenza è allora nella capacità di sopravvivere agli inganni di una quotidianità  resa dura dalle circostanze e dall’accanimento come regola. La storia prende le mosse da una leggenda metropolitana, nata durante quegli anni del Dopoguerra, quando in una famigerata zona di Roma, il Mandrione, nome assunto dal tratto casilino dell’acquedotto  romano che sfocia poi a Porta Maggiore e segue verso le Terme di Caracalla, leggenda che narra di trafugamenti di beni o addirittura tesori nascosti nelle arcate da fascisti in fuga. È il caso, o la fortuna, l’imprevedibile che viene a sconcertare lo stato normale delle cose in un momento in cui ogni regola e legge è saltata e vige quella del gruppo, o della banda. Così accade che quei ragazzi usciti da un regime appena tracollato, come bestie in agguato, si impossessino di una cassa che un gerarca fascista in fuga aveva affidato, mentre organizza la partenza, a una “brava ragazza”, donna di vita in una casa di tolleranza, luogo del vizio e di democratica trasgressione divenuto, d’un tratto, luogo sicuro e di persone affidabili, nella generale incertezza. Così, il potere ormai in disarmo, cerca scampo nei luoghi e nelle persone del disprezzo borghese.

Sarà ripagato con la stessa moneta. A questo punto della storia, la ricerca sociale e storica dell’autore, già nota nelle sue precedenti opere − citiamo “Il pensiero  militante”, Edizioni Ares e il più recente “Sommosa”, sui fatti del l960 seguiti al governo  Almirante-Tambroni, Msi più Dc − s’intreccia con le vicende di quel gruppo di giovani ormai consapevoli di aver perduto gli ideali e di aver conquistato un’occasione di riscatto sociale grazie alla possibilità che la fortuna e l’animosità anche un po’ animalesca gli ha offerto, di farsi imprenditori con i soldi di altrui ruberie. L’unica difesa è darsi una legge che valga solo per il gruppo, di quei ragazzi e ragazze, e non sarà una legge moralmente giusta, ma quella necessaria. A garantire una continuità. Questa visione cinica e strumentale dell’esistenza viene interrotta dall’arrivo di una giovane sciancata, bella ma con un grave difetto fisico. È nata con  una gamba più corta ed è claudicante. Qui l’autore torna al Dopoguerra, quando il solo rifugio dove si stanno dirigendo i ragazzi in attesa di tornare a prendersi il tesoro nascosto al Mandrione è la filanda di San Leucio, dove la nonna della ragazza sciancata lavorava come tessitrice ai telai borbonici dei damascati.

Ed è in questo luogo, anch’esso mitico e pieno di significati, − il lavoro, la bellezza delle seterie, la tradizione delle imprese borboniche, la maestria delle donne che vi lavoravano − che emerge  una nuova idealità in un gruppo di ragazzi che si erano chiusi al mondo per proteggersi dalle vendette e anche per goderselo meglio, dove l’egoismo si manifesta come una necessità. Ma la ragazza, si chiama Anna, appena entrata alla sovrintendenza della Reggia di Caserta, come per sconfiggere la stortura che la natura le ha inferto, si dedica alla ricostruzione di un ideale: fare della vecchia filanda borbonica un museo. Perciò vuole avvicinarsi a uno di quei ragazzi del Mandrione, ormai uomo anziano e imprenditore affermato, per convincerlo a fare di quel loro antico rifugio  dove anche tante tragedie si erano segretamente consumate, un luogo della memoria, dove il passato è narrato nel modo migliorativo alle nuove generazioni, anche se di quel mondo deve nascondere parte della verità, perché, conclude l’autore, è sugli esiti positivi della storia che possiamo continuare, preservandoli, a credere negli ideali e nella vita. Un romanzo che contiene molte delle domande che hanno reso confusi gli anni che stiamo vivendo. Un libro, come si diceva una volta, certamente impegnato  ma, nello stesso tempo libero del peso ideologico e strumentale della letteratura  del Dopoguerra.