L’ignoto, ovvero quello che racconta Massimo Bubola, cantautore e sodale di Fabrizio De André, nel suo romanzo “Ballata senza nome” (Frassinelli Editore 2017), primo classificato nella sezione narrativa al Premio Benedetto Croce di Pescasseroli, la cui direzione artistica è affidata a Dacia Maraini e che si svolgerà nella cittadina del Parco nazionale d’Abruzzo a partire da domani.

Ignoto come un Milite, una morte improvvisa, un’apparizione mostruosa in cielo. Chi ha occhi per vedere oltre quell’impenetrabile cortina di piombo che separa l’Ade dalla Terra? Una donna, forse, che parla ovunque con i morti, che ascolta la voce del figlio caduto nella macelleria della Grande Guerra. Ne percepisce le parole mute attraverso lo stormir di fronde, nelle fessure della terra, nei sussurri del vento tra le pietre, nel gorgoglio della corrente che scende eterna a valle. A lei, Maria, come la Madonna, proprio a questa donna dal seno confuso senza più prole, spetterà la scelta di designare tra undici bare contenenti resti di soldati sconosciuti quale debba essere la spoglia da conservare nel Mausoleo di Piazza Venezia, per la venerazione eterna del Popolo italiano. Un filamento di azzurro, in memoria dei fiumi rossi di sangue versati a scavare le proprie fosse in una guerra di trincea che ha avuto le sue più grandi sconfitte nei camminamenti fangosi, pidocchiosi e sfinteriali che hanno devastato milioni di giovani intestini, per far sì che digerissero ogni sorta di fato come la morte in battaglia sotto qualunque forma.

Morire per una scheggia, una pallottola, una bomba da mortaio, una baionetta infilata nel costato da un nemico che ha molta più paura di te, un cannone o un masso che ti schiaccia, sollevati in aria come fulmini di Zeus per punire i figli del popolo proletario in divisa. Morire in ritirata, negli assalti ciechi e irragionevoli dove per avanzare cento metri si paga il pegno di mille caduti, dove le bocche delle mitragliatrici e dei cannoni colpiscono nel mucchio dei plotoni lanciati all’assalto ubriachi di vino e di terrore, lasciando sul terreno solo membra sparse, sangue raggrumato, occhi stupiti nell’ascoltare l’ultima sentenza. Come nei racconti degli eroi, si procede pagina dopo pagina nel ventre martoriato di milioni di lettere dal fronte, giunte spesso insanguinate post mortem o raccolte in pietosi ricordi d’archivio in ragione di un destinatario sconosciuto.

Amore, disperazione infinita per amori appena raccolti o già maturi che non potranno essere più coltivati, accuditi e rinnovati. Per seni muliebri sognati nelle centinaia di notti di veglia, di fango, fame e sete come fuochi fatui, fiammelle immaginarie che nutrono l’ultimo fiato dell’istinto di sopravvivenza che nessun alto comando potrà mai annullare, qualunque sia la follia omicida che lo spinge a sacrificare milioni di giovani vite. Generali imbelli e incapaci, capi di corpi d’armata che passano dai soldatini di piombo dislocati sulle mappe geografiche a quelli in carne e ossa, da triturare nelle pozioni magiche di un’ambizione sconfinata, che nulla sa né intende conoscere degli indicibili, inenarrabili sacrifici delle creature che quel demone interno ha spinto a sacrificare, facendo patire loro tutte le pene dell’inferno in terra. Quelle tormentate esistenze spente irragionevolmente anzitempo, sottratte ai campi da arare, alle bocche da sfamare, alle notti d’amore sognate e mai più vissute che Maria avverte, registra e ripete come parole ascoltando i racconti immaginari di quei poveri undici resti, messe in versi e in suppliche perché la veggente consoli gli amati figli, mogli, madri e sorelle. Storie di povera gente e di poeti in divisa stroncati sul nascere, per piangere tutti noi un poco o molto, sapendo che la belva umana ha stomaco, bocca e denti senza fine né misura.