Infinitamente Michelangelo

Dio è nell’approssimativo. Ovvero, Colui che è l’Intrasformabile, perché ogni atomo esiste dalla nascita dell’Universo. Resterà così creato per sempre. L’immenso, l’immortale è nell’invisibile mentre la bellezza estrema è nell’incompiuto perché toglie il meno possibile alla materia ma rende al massimo l’angoscia dello spirito. Noi siamo solo teatro. Le nostre prospettive lo sono. L’anima è nell’energia: quella del pennello e dello scalpello; del carboncino che graffia una parete intonacata, monacale e sepolcrale. Oppure, nella luce che scende e scalda le pieghe della Pietà, esaltandone il panneggio del mantello per coniugare la fine con il principio: il ventre da cui si nasce e quello della terra in cui si raccolgono le spoglie mortali.

Questo e molto altro ci racconta il bellissimo film-documentario di “Michelangelo infinito”, nelle sale per una sola settimana dal 27 settembre, prodotto da Sky e dalla Magnitudo film, distribuito dalla Lucky Red. Per la regia di Emanuele Imbucci, la figura di Michelangelo è affidata al volto dell’attore Enrico Lo Verso, mentre lo storico dell’arte per eccellenza, Giorgio Vasari, è interpretato con grande verisimiglianza da Ivano Marescotti e dalla sua bella voce calda e profonda.

Un limbo di un bianco accecante e abbagliante accoglie il Michelangelo vecchio che racconta in prima persona le meraviglie della sua creazione, dando pochissimo spazio e contenuto ai suoi co-protagonisti dell’epoca (Papi, artisti, cardinali e nobili), a eccezione della gigantesca figura di Lorenzo il Magnifico che lo volle a sé presso la sua corte. Invece, le sfide con Raffaello e Leonardo, quelle giocate sul talento e la passione, ci vengono raccontate con un verbo presente che affascina e intriga. Poi, il suo colloquio gridato a colpi di mazza contro un’immensa colonna muta. Una grande idea questa del dolmen (la Cosa, l’Oracolo primigenio) abbinata al genio artistico michelangiolesco: un blocco grezzo, un imponente parallelepipedo di marmo di Carrara all’origine di ogni creazione scultorea umana alla quale, però, manca sempre il soffio vitale rimanendo solo materia inerte. E, poi, la leva potente del colore steso a campi larghi, massiccio e scultoreo, che alza lo sguardo e lo avvicina alla immensa tristezza dei personaggi dalle carni sode come il basalto, turbati come il loro Maestro da qualcosa che è sempre “oltre” la percezione dei sensi. Formidabili prospettive e inquadrature high-tech che portano l’occhio a scrutare nelle screpolature dei pigmenti della volta Sistina, perché nulla è per sempre. La retina invecchia e si fessura proprio come il gesso.

Nemmeno l’immortalità di un artista immenso può vivere oltre la storia dei suoi simili. Le altre specie viventi non potranno mai, infatti, capire il genio di Michelangelo destinato all’uomo per l’uomo. Seppur immerso in una mutazione apparente e sostanziale che ripete come un mantra la domanda del “perché” una statua perfetta, un gruppo marmoreo che si vuole urlante non siano dotati di voce propria. L’atonalità è la condanna dell’opera dell’artista che deve affidare alla virtuosità cromatica la capacità di sviluppare sonorità e armonia, mentre l’altra parte, la più difficile, viene dalla sgranatura della materia, quel toglierla via con cura ma senza mai poter recuperare nulla di lei una volta rimosso. Poi, ai piedi del dolmen, l’elemento da cui scaturisce la vita: quell’acqua che è nei tessuti dei viventi ma che ospita anche il presagio, la visione del futuro e ne fa un’immagine che ha profondità. Un’immensa statua scolpita da mano d’uomo che nasce da quella pietra uniforme. Dal blocco allo sblocco. In cui l’anima, cioè, trova la sua liberazione espressiva. E la voce del grande storico, il Vasari, ci narra dall’agorà le mirabilia dell’arte umana, le opere di una vita straordinaria facendole rivivere mille e ancora mille volte con la sua cronaca immortale.