Luci e ombre del post-risorgimento nel sud

Un eminente studioso di storia e di letteratura contemporanea, il professor Franco Cangelosi, ha pubblicato il suo ultimo volume “Nell’Ottocento e al tempo dell’Unità Pollina” (Foggia, Edizioni Centro Grafico S.r.l., 2017, pp. 200), presentato in un’ampia conferenza, un documentatissimo quadro storico-politico e socio-economico della sua Pollina e, con essa, di tutto il Regno delle Due Sicilie, all’indomani dello sbarco di Giuseppe Garibaldi e dei suoi Mille a Marsala, avvenuto in un clima di ristrettezze e di malcontento.

Da ipercritico risorgimentalista, ripercorrendo, in certo qual modo, l’impronta del suo illustre conterraneo Rosario Romeo in Risorgimento in Sicilia del 1950, il professor Cangelosi non esita ad ammettere che, pur nella situazione di diffusa povertà, ancor prima del 1860, sussistessero comunque fermenti di nuova socialità e risentimenti contro i Borboni,  soprattutto per l’esoso sistema di tassazione, nonché istanze di avvicinamento al Piemonte. È in siffatto contesto, dunque, che, con lo sbarco a Marsala dei Mille, i precedenti conati rivoluzionari, che si erano assopiti, si riaccendono improvvisamente e la Sicilia si solleva come un sol uomo, si ribella contro quella proprietà borghese, che aveva sì soppiantato quella feudale ma ne aveva ereditato molte caratteristiche strutturali, dacché alla crisi finanziaria della nobiltà non era seguito alcuno sviluppo adeguato quanto alla ridistribuzione della proprietà. Riprendono vigore, pertanto, con la caduta del regime borbonico, aspettative e speranze di una società libera e prospera, di avvio di un generale benessere a fronte delle sofferenze e degli stenti fin lì patiti.

E in effetti, i primi provvedimenti di Garibaldi si indirizzano in siffatta direzione, ma ben presto, a seguito delle repressioni susseguite alle esplosioni di violenza contadina, subentra il disincanto sul Risorgimento: Garibaldi - ci dice Cangelosi - abbandona gli umili e si allea con i potenti di sempre, “i nobili restavano con il potere e le loro terre. Ai loro palazzi essi si limitavano ad abbattere lo stemma borbonico”.

Il Risorgimento, indubbiamente, pur con tutte le promesse di diffuso benessere, in realtà apportava ben poco alla società dell’isola così come a quella meridionale in generale, talché i poveri rimanevano poveri, le masse continuavano ad essere estromesse dal potere e i “camaleonti” si travestivano da piemontesi, cosicché sopravviveva l’eredità dei Borboni e quasi intatta la proprietà terriera, in una apparente situazione di legalità. Quel Risorgimento, dunque, senza nulla togliere alla sua grandiosità come basilare evento rivoluzionario del XIX secolo, non manteneva le sue promesse di riscatto del Sud dalla condizione di povertà, per cui, lasciato allo stato di ‘figlio rachitico’ del nuovo regno, questo avrebbe finito per incarnare difetti peggiori del Paese. Il governo centrale aveva certamente valutato in modo assolutamente inadeguato i gravissimi problemi del Mezzogiorno e tutto ciò lo condannava, ancora per tanti decenni, ad uno stato comatoso, politico e sociale.

Fermo restando il merito, come riconosce l’illustre studioso, del processo unitario ai fini della formazione dei valori della nazione, indagarne le difettosità, lungi dal rappresentare un mero esercizio intellettuale, può fornire una chiave interpretativa non solo di tutto quanto innanzi delineato circa le mancate promesse al Sud ma anche posizionare su un asse di continuità l’intero sviluppo storico postrisorgimentale fino a questi tempi. Di certo, pronuba della spedizione garibaldina, la cui mente era il siciliano Crispi, e del successivo incontro di Teano, fu l’Inghilterra, a cui interessava il “mare nostrum” in funzione antifrancese e antirussa, al centro del quale vi era però il Regno di Napoli, quel regno che quindi doveva essere distrutto. Gladstone, supportato dalla massoneria, intendeva sostituirlo con l’ircocervo siculosavoiardo, peraltro già ipotizzato dal trattato di Utrech del 1713: insomma, Garibaldi certo, ma erano i liberali di Londra a contare più di quelli piemontesi.

In secondo luogo, giocò altresì un ruolo fondamentale la graduale affermazione dell’idea mazziniana di nazione, poiché, mentre per la Destra, l’unità non poteva essere altro che un punto di partenza per risalire la china dell’arretratezza, specialmente nel Sud, per la Sinistra, salita al potere nel 1876, imbevuta di un concetto romantico di nazione e dell’idea del primato che spettava all’Italia in Europa, l’unità non era altro che un punto di arrivo per dare poi la stura ad una politica di potenza, al pari degli altri grandi stati europei.

Seppure è vero che anche la Sinistra aveva in animo di risolvere i tanti problemi del regno, compreso quello del meridione, per un senso di frustrazione per come si era conclusa - con le gravi sconfitte di Lissa e Custoza nel 1866 e con la “presa” di Roma nel 1870 - l’epopea risorgimentale, in un ideale accordo con la Monarchia e tralasciando la soluzione dei problemi, finisce per imboccare solo la scorciatoia di una politica di potenza.

Prende quindi corpo l’orientamento coloniale con la conquista dell’Eritrea e la durissima sconfitta di Adua, e in un crescendo nazionalistico-imperialistico, la conquista della Libia e il massacro di Sciara Sciat, la prima guerra mondiale e Caporetto, la conquista dell’Etiopia e la fondazione dell’Impero, la mussoliniana guerra parallela del 1940/41, tragicamente conclusasi in Africa Orientale, tra le aspre montagne del fronte greco-albanese e sulle infuocate sabbie del deserto nordafricano. E qui tramontava per sempre il sogno di potenza!

La storia della Repubblica, anche sul versante politico del Sud, è l’ultimo pezzo del dramma di questo Paese.