“Zozòs” al Brancaccino

“Zozòs” come “uccellini”. Solo che, nel caso dello spettacolo omonimo di Giuseppe Manfridi in scena al Brancaccino di Roma fino al 18 novembre per la regia di Claudio Boccaccini, l’allegoria è da pruderie e riguarda semmai le fatidiche misure del pene che fanno impazzire d’invidia i maschi, ma non altrettanto le loro compagne di vita o occasionali. Nel film francese “Les zozòs” del 1973 i protagonisti erano due adolescenti francesi che decidevano di fare un’eccitante trasferta in Svezia per godere a piacere di un sesso libero e… “abbondante”, in considerazione del carattere aperto delle ragazze svedesi. Ma, come al solito, tra il dire e il fare c’è il ponte tibetano del carattere e delle attitudini individuali che molto spesso non tengono il passo con i sogni e le illusioni. Anche qui, troviamo il paradosso dell’adolescente e della matura non rassegnata che “draga” in palestra un giovanotto aitante e, quando si ritrova nell’intimità con lui, gli chiede un po’ di… sana sodomia. Tutto bene se non fosse per il fatto che l’irriducibile erezione priapica e le dimensioni dello strumento sessuale del fanciullo provocano “l’incastro” inestricabile, per cui la strana coppia fa la fine dei gemelli siamesi.

Con grande imbarazzo prima e poi subito dopo di decisa ilarità da parte del padre ginecologo del ragazzo (intervenuto per risolvere tecnicamente la questione nella più assoluta discrezione, solo però dopo aver raccontato l’evento piccante a un paio di conoscenti, compreso il portiere dello stabile dove abita il ragazzo), si va verso un gioco imprevedibile dei paradossi, in cui la genitorialità si fa confusa, così come lo scambio delle coppie nel buio di stanze d’albergo al tempo delle gite studentesche, per cui accadono eventi addirittura incestuosi e le misure del “creapopoli” pasoliniano diventano confuse e incerte. Così l’una crede che il reo che l’ha ingravidata sia un superdotato, mentre il presunto responsabile, poco dotato in verità, si trova attribuite misteriose paternità di cui, effettivamente, non è mai stato responsabile. Così come si assiste a una girandola di “becchi” che nell’incastro dei paradossi fanno girare circolarmente il palco di corna, sempre in costanza del trittico lacoontico di lui e di lei con fondoschiena e basso ventre rigorosamente incollati, con costanti dolori da parte di lei e continui orgasmi da parte di lui.

Ovviamente, la scena è animata dalla condizione di grande vergogna della donna che poi, però, vira a virago, ad amante tradita, a madre a sua insaputa e quanto altro si riesca a miscelare nel Teatro dell’Assurdo così caro a Antonin Artaud. Un grande difetto però della recitazione moderna è rappresentato dai toni sempre un po’ troppo concitati e alti, che non hanno la forza impattante, tanto per capirci, di un Gilberto Govi e di un Aldo Fabrizi che avevano nella mimica e nella voce quasi monotonale ma carica di grandissima ironia il loro impareggiabile punto di forza. Ecco, forse, se si fosse fatto più ampio ricorso ai toni sommessi della grande vergogna di entrambi gli amanti, così come dell’adulto complice e vittima del destino baro di aver avuto un figlio tanto superdotato quanto stupido, l’effetto sarebbe stato assai più efficace dal punto di vista della vis comica un po’ troppo sacrificata alla ridondanza gestuale e al dialogo-litigio perenne. Comunque, il tempo scorre fin troppo veloce per chi vi assiste divertito. Sai mai che capitasse anche a noi?