I libri dei grandi autori aiutano a capire e a cogliere l’anima segreta dei luoghi e dei Paesi diversi e distanti dalla cultura occidentale ed europea. Questo è il caso di un libro, intitolato L’occhio del leopardo, edito dalla casa editrice Marsilio, di cui è autore Henning Mankell, grande scrittore svedese. Questa opera letteraria, divenuta un caso internazionale, dalla critica è stata paragonata ai libri di grandi autori quali Celine e Conrad. Nella prima scena, con cui si apre la narrazione, coinvolgente ed emozionante, un uomo maturo, confinato nella solitudine del suo letto, è colpito da un attacco di febbre malarica, da cui cerca di guarire. Si tratta di Hans Olofson, un imprenditore che, giunto nello Zambia per rimanervi per un breve periodo, vi ha trascorso una parte considerevole della sua vita. In preda alla febbre, con la paura di essere aggredito dai neri che odiano la figura del bianco, si abbandona al flusso dei ricordi. Hans Olofson evoca la casa di legno nel nord della Svezia, situata lungo la riva del fiume Ljusnan, dove è cresciuto in compagnia del padre.

Il lettore rimane colpito dal ritratto psicologico del padre di Hans, Eirk Olofson un uomo tormentato, che aveva dovuto abbandonare la sua professione di marinaio, per diventare per necessità, un boscaiolo. Hans non ha un ricordo nitido di sua madre, poiché lo ha lasciato con il padre, svanendo nel nulla, senza dare alcuna spiegazione. Un giorno, mentre contempla il vortice dell’acqua, fermo sulla riva del fiume, Hans si chiede chi sia. Nella sua mente si fa strada l’idea che sia una persona con una personalità   determinata, grazie alla scoperta della sua interiorità incline alla riflessione. Proprio in questo periodo incontra Sture, un giovane, figlio di un magistrato, destinato a diventare suo amico. Insieme, Sture e Hans, mentre con una perfidia irragionevole e immotivata tentano di tormentare una donna sfortunata, Janine, rimasta deturpata e priva di naso per un errore chirurgico, rimangono folgorati dalla sua personalità. Janine, cogliendoli sul fatto nel giardino di casa sua dove tentano di farle un dispetto, senza rabbia e odio chiede ai giovani perché si comportino con tanta perfidia, che si espande nel mondo in modo irragionevole.

I due rimangono paralizzati dal senso di vergogna che li assale, e nel ricordo di Hans, a distanza di tanti anni, Janine appare come una figura buona e avvolta da un’aura metafisica, che la rende simile ad un angelo sceso sulla terra. Janine, che è religiosa e ogni sabato si ferma in una strada della città svedese innalzando un cartello su cui ha scritto un messaggio di pace, suscitando la disapprovazione dei benpensanti, sarà la figura spirituale che racconterà ad Hans della missione creata in Africa da Harry Johansson. Janine, prima di togliersi la vita, sogna di andare in Africa, per promuovere le attività in favore dei popoli vittime della fame e della povertà. Così Hans, assumendo come una missione personale il sogno che Jamine non ha potuto realizzare, decide di recarsi in Africa. Durante il viaggio, Hans incontra i coniugi Masterton, proprietari di un’azienda agricola, con cui avviene una conversazione profonda. Secondo Werner Masterton la fine del colonialismo e l’indipendenza sono stati una catastrofe nelle nazioni africane. Per gli africani la libertà ha significato rinunciare ad ogni responsabilità, poiché se nessuno dà più gli ordini, non è necessario fare ciò che è necessario per assicurare il funzionamento di un assetto sociale ed economico. Quando è stata ammainata la bandiera inglese e innalzata quella nazionale, ha avuto inizio una catastrofe che ancora perdura.

Hans Olofson, divenuto proprietario di una fattoria agricola che dà lavoro ad oltre duecento persone, pensa che in Africa i bianchi siano razzisti per sopravvivere. In Africa, dove la corruzione è diffusa e l’assetto sociale è basato sulla supremazia della tribù, i bianchi sono odiati poiché disprezzano la superstizione e la stregoneria, osservate e seguite ad ogni latitudine. Hans si convince che è impossibile che i bianchi possano parlare con i neri, poiché i loro mondi sono divisi per la mancanza di fiducia reciproca. Pensa Hans, mentre la febbre malarica lo assale, a quella frase pronunciata da Janine, a proposito delle diseguaglianze economiche che contrappongono le nazioni, sulle vere ragioni per cui un Dio incomprensibile riempie la terra di una sofferenza priva di senso e oscura nella sua essenza.

La povertà dei bianchi, che pure sono privilegiati, in Africa è data dalla loro vulnerabilità. Infatti, in una scena drammatica, viene descritta la ferocia con cui i coniugi Masterton vengono uccisi nella loro villa, collocata all’interno della loro azienda agricola africana. Hans Olofson, sopraffatto dalla nostalgia di casa, riflette di avere visto l’Africa, ma ammette di non avere compreso ciò che la sua mente ha potuto osservare e conoscere. Afferma, con accenti di verità, di non essere un esploratore, poiché per lui le spedizioni in terre straniere sono solo chimere ed illusioni.

L’occhio del leopardo è un libro molto documentato, che aiuta a capire le differenze antropologiche tra l’Occidente, la sua storia e la sua cultura, e quelle esistenti nelle nazioni africane.