No alla canonizzazione di Camilleri

Non mi associo al coro di coloro che vorrebbero canonizzare Andrea Camilleri. Anche se sono molto numerosi. Forse, la quasi unanimità di giornalisti, critici, commentatori. Non posso farlo perché insieme ad innegabili meriti, di Camilleri vanno riconosciuti gli ineludibili limiti, sia dal punto di vista strettamente letterario che da quello più genericamente culturale, para-politico.

Innanzitutto, i meriti. Camilleri ha talento, notevolissimo talento narrativo. Sa scrivere in modo accattivante, è dotato di una fantasia di genere vivida e multiforme. Ha saputo creare un personaggio – il notissimo commissario Montalbano – di immediata riconoscibilità e tale da aggregare decine di milioni di lettori e di telespettatori che ne hanno decretato un successo planetario.

Benissimo. Pagato questo dovuto tributo alla memoria di Camilleri, restano però da dire parecchie cose di altro segno, non contro Camilleri – verso il quale non ho alcun motivo di lagnanza – ma contro coloro che vorrebbero metterlo sugli altari per una sorta di grottesca, laica adorazione.

Innanzitutto, un’osservazione di carattere linguistico che non dirà nulla di nuovo ai lettori più accorti, ma che vale per il grande pubblico dei lettori più frettolosi. Camilleri ha portato la lingua siciliana a conoscenza di altre culture solo entro certi limiti: diversi termini da lui usati sono pure invenzioni, artificiose escogitazioni del tutto estranee ai dialetti siciliani del presente o del passato. Solo che questa contaminazione immediatamente percepibile per un siciliano – in grado di cogliere fra cento parole naturali del dialetto, quella artificiale – non lo è invece per lettori di altre regioni.

Un lombardo o un veneto non sarà mai in grado di estrapolare, fra le suggestioni dialettali di Montalbano, il termine non ritrovabile in nessuna delle parlate dialettalmente naturali della Sicilia. Sicché, l’operazione linguistica di Camilleri va riportata nei suoi giusti contorni: non certo un tentativo di esportazione e, per dir così, di naturalizzazione nazionale del dialetto siciliano, quanto invece un divertimento tutto letterario nel contaminare italiano, siciliano e artificio linguistico. Quasi a sfidare chi fosse capace di coglierne la consistenza ed il significato.

Tralasciando le prospettive linguistiche – interessanti ma ovviamente limitate – conviene ora soffermarsi sul valore letterario della sua opera. Bisogna, allora, affermare ciò che già molti sanno, ma forse hanno un certo pudore a confessare apertamente: le opere di Camilleri vanno a pieno titolo inquadrate in quella che si definisce “letteratura di intrattenimento”.

Intendo dire che esse, pur godendo di assoluta dignità letteraria, non riescono a fuoriuscire dall’ambito della letteratura di consumo, attenta più al gradimento dei lettori, sparsi nei cinque continenti, che alle esigenze della verità dell’uomo e dei rapporti sociali, cioè alle dimensioni che, in misura eminente, vanno investigate proprio dalla letteratura, prima che da altre forme di sapere (la filosofia morale o il diritto, per esempio).

Beninteso, Camilleri si trova in ottima compagnia, condividendo la medesima struttura e la stessa finalità letteraria di Sir Arthur Conan Doyle – creatore di Sherlock Holmes – o di Agatha Christie – creatrice di Hercule Poirot: anche qui, decine di milioni di lettori in tutto il mondo, innumerevoli trasposizioni televisive e filmiche in tutte le nazioni, successo planetario (e non si dimentichino, in Italia, i contemporanei Lucarelli, Moccia o Carofiglio, veri maestri dell’intrattenimento letterario-filmico).

Similmente per Montalbano, figlio non solo della penna di Camilleri, ma anche della industria letteraria e delle dinamiche da questa sapientemente attivate a livello internazionale. È stato soprattutto Carlo Bordoni a rilevare, in questa prospettiva, come “a far nascere e a consolidare il successo del commissario Montalbano di Andrea Camilleri è stata soprattutto la serie televisiva interpretata da Luca Zingaretti. L’immagine si sovrappone alla parola scritta e diviene la sua emergenza sensibile, radicata in un immaginario sociale sempre più omologato. Il libro è l’appendice, il necessario supporto e complemento: ripreso a posteriori, conservato come una reliquia, raramente letto se non a sprazzi, tenuto in biblioteca a futura memoria, collezionato quale prova di possesso dell’oggetto culturale, da cui discende il ricordo piacevole dell’esperienza visiva. Non è escluso neppure il suo inserimento maniacale tra i gadget che il successo filmico impone agli appassionati estimatori, e si confonde fra i poster, le magliette, gli accessori, tutti oggetti del desiderio di partecipazione e di riconoscimento di sé in quel mondo altro che si muove al di là dello schermo e a cui si anela di appartenere per insoddisfazione o per scarsa aderenza alla realtà. Modalità facilmente riconducibili alla cultura ed ai comportamenti adolescenziali (o immediatamente postadolescenziali) a cui spesso si rivolgono tali prodotti”.

Non si potrebbe dir meglio e più saggiamente. Ecco, dunque, il pellegrinaggio di molti turisti alla cerca di Vigata, luogo inesistente ma assimilato a Scicli o alle limitrofe cittadine ragusane di egual sapore, di simile rappresentabilità scenica. Al pari, ovviamente, di quanti, in un caseggiato di Baker Street, hanno cercato per lungo tempo – invano – le tracce del passaggio di Holmes. Ne viene perciò che fra un libro di Camilleri che narra l’ennesima avventura di Montalbano e uno scritto di taglio investigativo come potrebbe essere Todo modo di Leonardo Sciascia – pur nella comune prospettazione giallistica – si apre un incolmabile abisso.

Mentre Camilleri, infatti, narrando di Montalbano, si limita alla rappresentazione dello scenario delittuoso, suscitando nel lettore la curiosità di scoprire il colpevole; al contrario, Sciascia, narrando degli inspiegabili delitti consumati presso l’eremo di Zafer – pur senza escludere l’anelito alla individuazione del colpevole – dissoda, portandola alla luce della ragione critica, una intera esperienza politica e di potere che ha segnato decenni della storia italiana del Novecento.

Insomma, non proprio la stessa cosa: semplice intrattenimento da un lato, magistrale narrazione euristica dall’altro; come bere un bicchier d’acqua, per chi legga Camilleri: dopo non rimane nulla nel palato; assaporare un Brunello d’annata, invece, nell’accostarsi alla pagina di Sciascia: quel gusto inimitabile non si scorda più e ti segna la vita.

Il riferimento a Sciascia cade poi a pennello allo scopo di spendere poche parole per evidenziare quelli che sopra ho definito limiti culturali o para-politici di Camilleri. Infatti, questi, in occasione del ventennale della scomparsa del racalmutese – nel 2009 – dichiarò che esistevano non uno, ma due Sciascia; e che mentre lui apprezzava il primo, quello che negli anni Cinquanta e Sessanta raccontava la mafia siciliana, non apprezzava per nulla, invece, il secondo, vale a dire quello che denunciava l’antimafia, quale possibile luogo di incontrollato accumulo di potere e di violenza, sia pure camuffata dalle forme del diritto.

Basta questo giudizio a rendere giustizia di Camilleri e a farlo lestamente ridiscendere dagli altari ove è già stato collocato dai suoi poco accorti estimatori. Infatti, egli non comprendeva una cosa assai semplice: che cioè a Sciascia non importava nulla della mafia o dell’antimafia in sé. Importava, invece, moltissimo della sopraffazione e della ingiustizia consumata sull’uomo o da un altro uomo o dagli assetti sociali e istituzionali: per questo, egli denunciò sempre tale forma di violenza, ovunque essa si annidasse, nella mafia o nella stessa antimafia.

Di Sciascia perciò se ne conta uno solo, non certo due. Eppure, Camilleri non capiva. E se non capiva era probabilmente perché mentre Sciascia incarnò a pieno titolo il ruolo di intellettuale – cioè di colui che si pone sempre all’opposizione del potere, di ogni potere, mafioso o antimafioso che sia – lui invece non ci riuscì mai.

Camilleri rimase sempre organico al Partito comunista e comunque sempre sotto l’ombrello comodo e a volte utilissimo del politicamente corretto. Egli incarnò dunque il ruolo di “intellettuale organico”, quale delineato da Antonio Gramsci in una delle sue più significative pagine: organico al potere costituito, quello della industria editoriale e televisiva; quello del politicamente corretto; del culturalmente omogeneo; quello, in una sola parola, della ideologia.

Ma, a ben guardare, si tratta di una autocontraddizione. L’intellettuale organico nega sé stesso, non appena lo si possa definire tale. Sarebbe come dire “ghiaccio bollente”: una sesquipedale sciocchezza prima che una contraddizione. L’intellettuale organico è tutto tranne che intellettuale. Per questo, definire Camilleri come intellettuale appare un autentico azzardo concettuale, inconsapevole frutto di una svista del pensiero. Eppure, di simili sviste brilla l’odierno tentativo di canonizzarlo.