Rosa: più che un fiore

L’uomo ha concepito i simboli per poter comprendere l’ineffabile con le immagini più che con le parole, ma l’Assoluto, Dio, ha creato il mondo e dunque anche le cose in esso contenute, che sono di conseguenza realtà e simbolo al tempo stesso. Al cielo ed alla terra hanno fatto seguito gli animali e infine l’umanità, ma dopo le stelle – e dunque dopo gli angeli – che furono i primi ad essere emanati dalla fonte. Ma nel Giardino primigenio, il Creatore pose gli alberi ed i fiori e tra questi ultimi il più sacro di tutti: la rosa, che così divenne il fiore per eccellenza, simbolo di tutto il nostro Occidente e della nostra plurimillenaria Civiltà e Tradizione. Questo potrebbe essere l’antefatto metastorico, in sintesi del bel saggio Rosa. Storia culturale d’un fiore, di Claudia Gualdana appena uscito per i tipi di Marietti (Collana “Le Giraffe”, pagine 192, 18 euro).

Nell’immaginario iconico dell’Europa, sin dalla più remota età arcaica, dalla prisca sapienza del mondo pagano, lungo i secoli, vivendo una vita di mistero e bellezza, la rosa giunge sino a noi, sia come significante metafisico sia come realtà tangibile, poiché è noto come ad ogni simbolo corrisponda sempre anche una sua manifestazione materiale sul nostro piano dell’esistenza. Claudia Gualdana in questo suo libro, conduce quindi il lettore in una sorta di rarefatto viaggio iniziatico che è poi il percorso misterico della Rosa, presentando a colui che la segue, i più vari aspetti, quasi fossero innumerevoli petali, del fiore emblematico del vecchio mondo. Il saggio è un lungo e variopinto racconto che si snoda attraverso molte altre storie, quasi fiori dentro altri fiori dacché la rosa esiste da sempre e sempre profuma la vita dell’uomo.

Di rose è forse il roveto ardente che brucia incombusto della presenza di Dio davanti a Mosè e la rosa del deserto è fiore e pietra al tempo stesso, ma essa è anche il fiore prediletto dell’alba dagli déi greci, mentre rose compongono il serto posato sui capelli del dio Aengus d’Irlanda e sono intrecciate con i pampini violetti nel Tiaso dionisiaco. Legata all’Ambrosia e alla rugiada, da questo fiore viene distillato, quasi in alchimica spagiria, il rosolio che le nostre nonne offrivano alle loro amiche in piccoli calici di cristallo perfetto.

Sono cariche di magia arcana, le rose di Apuleio il sapiente e del suo Asino d’oro, ma anche la pioggia soffocante ed esiziale dei loro petali, nelle feste di Eliogabalo, l’imperatore pazzo dipinto da Alma Tadema, è composta di esse. Un fiore che è Amore ma anche Thanathos, la Morte, e ancora stemma della Cavalleria cristiana, duplice blasone d’una antica guerra civile, ma anche mistica quintessenza dell’Alchimia. “Rosa purissima” nelle litanie lauretane dedicate alla Vergine, Madre di Dio ed è la Rosa di Galilea colei che porta in sé il Mistero più grande. Dopo quella aulentissima di Cielo d’Alcamo è la Rosa di Dante – e dei Fedeli d’Amore – che ruota cantando in sempiterno, intorno a “Colui che muove il sole e l’altre stelle”. La rosa che è rossa, scarlatta di sangue e di passione e poi bianca di purezza, oggi diviene oscura in una Nigredo discendente verso il basso dei tempi ultimi. Intorno a lei si svolge Il Romanzo della Rosa del più alto Medioevo, ma anche la sua “vendetta” raccontata nel Multiverso. Di rose e roseti sono le ricche panoplie dalle quali attingono i preraffaelliti per i loro dipinti, e per il furto d’una rosa, Bella diviene prigioniera della Bestia. Lorenzo il Magnifico tra un carnasciale e un simposio la canta nella sua armonia neoplatonica delle sfere.

In duemila anni o forse più, quasi ogni centro iniziatico ha assunto, come propria manifestazione simbolica, questo fiore che rappresenta la poesia, l’ardore e l’ardimento e che è insieme maschile e femminile, in una perfetta congiunzione degli opposti. Essa è il matrimonio alchimico dei misteriosi, invisibili e perennemente sfuggenti Rosa e Croce. Rosa cabalistica accresciuta in potenza nelle vetrate gotiche sino ad essere quel “rosone” che adorna le cattedrali dell’Europa medievale, e dunque cristianissima, essa decora nel contempo la cassa armonica dei liuti dei trovatori vaganti per le corti d’amore.

Forse sono pochissimi i poeti e gli scrittori, che non hanno mai cantato questo fiore, che per noi è analogo al ciliegio dei bushi. Ma la rosa impone una cerca, una quest, e proprio come il Graal non la si può comprare al mercato; essa va presa, rubata o donata come nelle leggende elfiche inglesi nelle quali, nel folto più profondo delle selve del regno incantato di Faerie, ella sboccia. Amore e Morte dunque, come avviene per i disperati amanti Barbrie Allen e John Graeme, avvinti per sempre come il rovo e la rosa. Perché ogni rosa ha le spine, essendo l’androgino ermetico di Paracelso nel mondo floreale.

Prodigiosamente, conclude il saggio, un florilegio, anzi un roseto di poesie che ci ricordano, come avrebbe scritto Percy B. Shelley, che quel suo profumo perdura nel tempo come la bellezza d’una donna amata.  Rosa. Storia culturale d’un fiore oltrepassa e trascende così quel modesto romanzo, sopravvalutato ma ben scritto, che è Il Nome della Rosa di Umberto Eco e, al contrario di questo, non riduce ogni cosa a puro nome, ma offre in dono al lettore e alla sua anima, la trascendente bellezza della rosa e tutto il suo irrisolto mistero nell’anima del mondo.