“Teatro Delusio”, il dietro le quinte da applausi dei Familie Flöz

Dietro il teatro rappresentato c’è la vita. Che è spettacolo essa stessa e, così, in “Teatro Delusio”, la produzione di Familie Flöz in scena al Teatro Sala Umberto fino al 17 novembre, il teatro si ribalta: il dietro le quinte diventa scena e il palco, questa volta, è relegato al ruolo di backstage.

Dietro la ribalta, dunque, c’è il regno dei tre tecnici del suono e delle luci, nel quale ognuno di loro si è attrezzato un angolino per vivere le proprie passioni e sentirsi un po’ a casa: la cassa in cui alloggiare lo scoiattolo domestico, un separé a nascondere la cucina in cui preparare fumanti piatti di spaghetti, rudimentali attrezzi ginnici per allenare la muscolatura. Lo spazio è da condividere con gli altri operatori, tra cui una costumista svampita e una donna delle pulizie con velleità coreutiche.

Ma nessuno può essere immune al fascino e al mistero del Teatro, così gli incalliti operai del backstage si trovano o a sognare l’amore della prima donna – troppo altera anche per accettare una rosa, da loro – o di eseguire un pas à deux con la romantica e distratta ballerina di fila, o di emulare il prestigiatore che infilza le spade nella cassa, peraltro generando conseguenze letali.

Ma il dietro le quinte è anche il luogo in cui gli artisti si preparano, provano, danno libero sfogo alle proprie manie, ai tic, alle debolezze, nutrono il proprio ego. Così è tutto uno sfilare di orchestrali narcolettici, attori indomiti, registi dispotici, in un crescendo di incredibile trasformismo fregoliano, se si tiene a mente che gli unici tre attori portano in scena ben ventinove personaggi.

Le rappresentazioni si intuiscono soltanto: dal risuonare degli struggenti acuti del soprano – che arrivano letteralmente a generare la vita là dove non te l’aspetteresti mai – dai roboanti ingressi in scena dell’attore di cappa e spada, dalle indicazioni del coreografo, interessato tanto ai passi delle sue ballerine quanto al tentativo di sedurre il capo-operaio.

Ma, a ben guardare, è un po’ tutto un teatro al contrario, quello della compagnia tedesca. Il concetto viene messo in chiaro già alla prima scena, quando i tre giovani attori, nell’unico momento in cui si presentano a volto scoperto, danno vita a un burattino, fatto di una maschera e una tunica bianca (allegoria dell’arte teatrale?). Ma, in verità, sarà la loro creatura a muovere loro.

Poi, durante tutto lo spettacolo, i volti non contano più ed esistono soltanto le maschere che, realizzando una simbiosi con i corpi degli attori, riescono ad essere più emozionanti dei volti stessi e a cambiare espressione grazie alle luci e a misteriose e indefinibili alchimie.

Per il resto, secondo la caratteristica di Familie Flöz, non esistono voci né parole e tutto viene raccontato con il movimento del corpo, grazie al sapiente utilizzo di tecniche come il mimo, l’acrobazia, la danza, la giocoleria. Tutto molto poetico, commovente, comico.

(*) Foto di Massimiliano Fusco