Al Teatro Trastevere “Dolce attesa per chi?”

L’Altro Teatro è una rubrica settimanale de “L’Opinione delle Libertà” curata da Giò Di Sarno. Si tratta di uno spazio in cui si vuole dare visibilità a spettacoli, opere teatrali in particolare, che pur avendo per protagonisti artisti di talento e soggetti interessanti, faticano ad avere voce sui media nazionali. I quali, come spesso succede, non dedicano molto spazio ad approfondire le proposte di teatri periferici. Ed è proprio in questi teatri, cosiddetti Off, dove spesso si esibiscono attori pieni di talento e si rappresentano gli spettacoli più interessanti. L’intento di questa rubrica è, perciò, quello di fornire un’informazione aggiornata allo spettatore, il quale spesso è ingolfato dalla pubblicità dei “soliti noti” e incanalato in un’unica direzione. In questo caso, senza fare discriminazioni al contrario e compatibilmente con lo spazio settimanale, si darà voce a tutti, senza distinzioni. Andando sul posto, sedendosi in platea e riportando esattamente reazioni e sensazioni del pubblico, facendo così da tramite per fomentare l’interrelazione fra spettatori e spettacolo.

Solo un’autrice che spende la sua vita in tante attività artistiche volte al sociale, ai problemi concreti, alla quotidianità poteva scrivere un testo come “Dolce attesa per chi?” (fino al 10 novembre al Teatro Trastevere). C’è da immaginarsela Betta Cianchini: mentre prepara il caffè e accende una sigaretta, apre il pc e inforca gli occhiali per leggere le e-mail, magari sistema la valigia a un figlio o ad un compagno. Poi, sempre con la sigaretta accesa, detta al cellulare le domande da fare all’ospite che intervisterà in radio: Radio Rock, per esempio. Nel frattempo una raccomandata alla porta, e poi un pacco (perché, si sa, il postino bussa due volte). E non tocchiamo il tasto spesa al supermercato, visite mediche, telefonate alla mamma e all’amica in crisi col fidanzato di turno. E mentre si depila una gamba con il lembo dell’accappatoio dà anche una spolverata ai tanti premi guadagnati nell’arco della sua carriera. Tutto questo l’ho “visto” mentre le due bravissime attrici Giada Prandi e Veronica Milaneschi “lottavano” per la sopravvivenza alle quale siamo costrette noi donne di oggi. Noi che paghiamo lo scotto di una “parità” che non avevamo chiesto, almeno non in questo modo. “Dolce attesa per chi?” non si può descrivere, si deve vedere. Al titolo si potrebbe aggiungere un sottotitolo “Se non fosse comico sarebbe tragico”.

Uno spettacolo ben fatto e ben interpretato, tante cose, tante realtà che si accavallano perché complementari. In un momento della pièce c’è un’assonanza con “Io e Lui” di Alberto Moravia, forse una citazione, solo che è al femminile. Questo è l’esercito di donne a cui è richiesta la massima efficienza, un aspetto perfetto e magari entro i 35 anni aver sfornato un paio di pargoli. Perché se non li fai, nonostante l’emancipazione, sei guardata con sospetto. E non importa se non sai con chi farli, se non hai un lavoro, se le istituzioni non ti aiutano, se ti si ammalano i genitori e sei sola. Ė pur vero che le donne di prima sfornavano squadre di calcio senza fiatare, ma almeno a loro non era richiesto il fisico di Naomi Campbell, il cervello della Hack, la penna della Fallaci e la cucina di Cannavacciuolo. Prima, qualche generazione fa, c’era la condivisione con mamme, zie, cugine, vicine di casa. E non su vari gruppi WhatsApp, ma tutti nella stessa abitazione. Ci vuole tanto coraggio per osare e loro lo hanno fatto con professionalità e delicatezza.

Una bella squadra diretta da Marco Maltauro, che assieme all’autore delle musiche e al “padre del nascituro” sono le uniche figure maschili in un contesto tutto al femminile. Il linguaggio, i problemi, gli interrogativi. Un susseguirsi di parole e azioni per le quali ci vuole un grande affiatamento e loro, le due protagoniste, ne hanno da vendere. L’incontro avvenuto qualche anno fa sul set di Pupi Avati per il film “Ma quando arrivano le ragazze?” ha saldato la loro conoscenza. Pura coincidenza il punto interrogativo in entrambi i titoli? Chissà, magari è un segno del destino. I punti interrogativi non sono mai abbastanza. Ironia, riflessione, interrogativi, appunto, sofferenze, portate avanti con ironia. Il pubblico ha riso e si è lanciato in applausi a scena aperta, fino all’applauso finale che ha visto protagonista anche la stessa autrice, fasciata in un vestito che ricordava “I figli dei fiori”, avallando ancora di più il mio pensiero iniziale su di essa.

Il Teatro Trastevere ha 99 posti, sarebbe bello vederlo pieno ogni sera per assistere a qualcosa di diverso, non la solita “commediuccia” messa in piedi per far dire “Io c’ero”. Alla fine bisogna coinvolgere solo 594 persone (99 per 6 sere). “Cinquecentonovantaquattropersone” che potrebbero avere il privilegio di dire “Io c’ero” e, allora sì, avrebbe un senso.

Il progetto teatrale è sostenuto dallo Studio Genetica: la banca etica del cordone ombelicale specializzata in Nutrigenica,Test Dna e Genetica prenatale non invasiva, Cellule staminali. www.genetica.techwww.bancadeldna.it.

Teatro Trastevere: Via Jacopa de’ Settesoli, 3 - Info e prenotazioni: 06/5814004; 328/3546847; info@teatrotrastevere.it.