La bellezza del corpo e i media

Roland Barthes riteneva che la magrezza fosse una metafora dell’intelligenza, qualcosa che non era appesantito da inutili orpelli e non risentiva di quanto si aggirava invano nei meandri della personalità, risultando pertanto un indice di leggerezza e lucidità. La bellezza delle top model, la perfezione dei corpi ostentati dalla pubblicità, sembrano anch’esse metafore di qualche qualità non meno rilevante: forse l’impressione di padroneggiare il proprio corpo, forse il suo incedere  flessuoso e ammiccante alludono all’ambizione diffusa di trovare un rifugio solido in una bellezza assoluta e oggettiva, in modelli inattaccabili, in fortezze di seduzione virtuale, in tutto ciò che sappia risultare perentoriamente desiderabile, e pertanto anche in grado di volare alto, sopra i patimenti e le sconfitte della vita.

La bellezza stessa pare infatti, non meno della magrezza o dell’intelligenza, un modello d’indipendenza e autosufficienza, e proprio il vigore con cui ostentazioni di bellezza e magrezza ricorrono in rappresentazioni collettive mette in luce quale sia, per simili modelli, il pericolo maggiore. L’autonomia e gli automatismi, sia intellettuali che sensoriali, rimarcati da alcune tendenze del costume contemporaneo – come ad esempio il sempre più diffuso interesse per il cybersex o la comunicazione sui social – tendono ad utilizzare codici limitati e rassicuranti in cui nulla è più sospeso ad un altro versante e nulla è costretto ad oscillare per l’influenza di qualcosa di essenzialmente eterogeneo.  Il proliferare di tali codici testimonia di un’esigenza di separatezza e riproducibilità, dove la prima pare indispensabile per il buon esito della seconda.

La sfera dell’esperienza umana assomiglia da questo punto di vista ad un mosaico di scatole comportamentali in cui tutto può svolgersi senza intoppi, secondo regole settoriali e tempi preordinati, in una maniera globalmente analoga a quella che caratterizza secondo Niklas Luhmann le strutture del potere. Per il sociologo tedesco queste infatti si avvalgono di mezzi di comunicazione sempre più specializzati, atti cioè a ridurre e incanalare la complessità sociale, la sproporzione sussistente tra l’illimitata possibilità di esperienze e la capacità del soggetto di elaborarle in maniera organica, tra la grande massa d’informazioni che ogni persona è in condizione di ricevere e la sua possibilità di gestirle in modo consapevole e razionale. Di qui il bisogno di omologazione che viene tanto ben veicolato dai media. Solo ciò che è omologato, infatti, riesce a fornire informazioni predigerite, e dunque facilmente assimilabili e utilizzabili.

Sotto questo profilo, sebbene le tendenze più in voga dell’immaginario sociale siano in grado di condurre ad una sorta di “standardizzazione” dei modelli relazionali attraverso procedure di accesso sempre più codificate, sorge il dubbio che tali sviluppi comportino un appiattimento dello stesso “sentire”, favorendo una ritualità emotiva sempre più prevedibile e impersonale. È quanto può accadere quando il corpo si lasci affascinare dal Sex Appeal dell’inorganico – come lo definì Mario Perniola in un suo saggio di alcuni lustri fa – preferendo distogliere lo sguardo da quanto è ancora soggetto ad un ciclo vitale e dalla stessa “mancanza” da cui trae origine il desiderio.

Per fortuna, questo non ha nel corpo stesso la sua origine primaria, ma nei tratti e nelle aporie del carattere, nelle forme peculiari delle inquietudini individuali che il corpo racchiude centellinandone le manifestazioni in maniera, talvolta, appena visibile, ma quasi sempre seducente e toccante. Se quella certa “difficoltà ad essere” di cui parlava Fontenelle può trovare un momentaneo sollievo in quella maschera che è la persona, così come nella corazza di quel corpo perfettamente levigato che i media propongono ostinatamente come un modello salvifico, il desiderio invece scaturisce proprio da quanto quella difficoltà lascia trapelare, dalle faglie di quel corpo, dalle tracce peculiari e non riproducibili del pulsare della vita che affiora nelle sue pieghe, dalle fessure e dagli spiragli che lasciano intravedere il respiro dell’anima.

 
Niklas Luhmann, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale (Il Mulino).
Mario Perniola, Il sex appeal dell’inorganico (Einaudi).